lunedì 30 dicembre 2019

Cosa resterà di questi anni Dieci? È stato il decennio in cui si sono affermate le dottrine politiche che hanno alimentato l a paura. E ognuno chiuso in casa si è costruito la sua tv e il suo film


CULTURA
2010-2019
Cosa resterà di questi anni Dieci?
È stato il decennio in cui si sono affermate le dottrine politiche che hanno alimentato l a paura. E ognuno chiuso in casa si è costruito la sua tv e il suo film

di Gabriele Romagnoli

No, non è stato un decennio bellissimo. La nostra disperazione di fronte al fluire eterno del tempo
ci induce a individuare capitoli in una narrazione che non avrebbe neppure la punteggiatura, inventare per loro un’identità per poterli ricordare e inevitabilmente rimpiangere, ma solo perché eravamo più giovani, era ancora vivo qualcuno che amavamo da una qualche distanza e immaginavamo un futuro che ora speriamo solo di poter ricordare come passato. All’album delle nostre esistenze quest’ultimo blocco che abbiamo faticato a chiamare col suo nome consegna un’immagine sfuocata. Il sospetto è che quelli che potranno guardarsi indietro la fisseranno come si fa con un compagno di scuola non memorabile domandandosi: «E questo chi era?». Verranno fuori qualche ipotesi, un paio di aneddoti di cui si rese protagonista, una caratteristica più o meno definita della sua personalità e, ah sì, il fatto che stesse sempre a trafficare con un apparecchio che teneva in mano. È mancato il segnalibro, quello che ti riporta immediatamente alle pagine di storia che vuoi recuperare: la catena di eventi (nel bene o nel male), la corrente artistica (o il capolavoro), il seme dell’avvenire. Qual era dunque il rievocabile spirito di questo tempo?
Abbiamo attraversato, e ancora stiamo percorrendo, un’epoca di neo o tecno solipsismo. Nella sua concezione originaria il solipsismo era una filosofia secondo cui l’individuo non può affermare che la propria esistenza, risolvere ogni realtà in sé. Portata all’estremo può concepire l’intero universo come un sogno, o un film, che ciascuno crea con la propria coscienza. La derivazione pratica è l’assunzione dell’interesse personale come parametro di ogni azione. Ci sono state molte variazioni, anche religiose, sul tema. E poi si è arrivati a quella fotografia sfuocata del compagno di scuola di un liceo frequentato tra il 2010 e il 2019 con la scatoletta in mano. Anni fa, nel 2006 per l’esattezza, la rivista Time proclamò uomo dell’anno l’internauta, pubblicando in copertina l’immagine di un computer con lo schermo a specchio e la scritta “You”.Motivazione: «Con Internet e blog tutti diventano protagonisti e fanno girare il Pianeta». Di fatto, il battesimo di una nuova visione ultra- tolemaica: il sole non gira intorno alla Terra, ma intorno a Me. Questo idealmente ferma la rivoluzione della e sulla Terra e rimanda tutti al centro dell’universo, cioè a casa, per il decennio successivo. Il nuovo millennio era iniziato nel segno della paura con l’attacco all’America di Al Qaeda e il crollo, con le torri, di un’idea di invulnerabilità. Quella sensazione non è mai cessata, anche quando l’allarme si è affievolito. Anzi, alimentata ad arte, è cresciuta, avendo un oggetto indistinto: tutto ciò che è fuori dal perimetro individuale. Si sono affermate le dottrine politiche che più hanno carezzato questa tendenza, quelle che più hanno fatto credere di dare a chi le abbracciava due doni, uno ideale e uno pratico: dignità e precedenza. E pazienza se dietro lo slogan «prima voi» si celava l’intento «ma per primo fra tutti, io», se si barattava il sentimento con il risentimento. Rassicurato tra le proprie mura il tecno solipsista ha desiderato e cercato la disintermediazione in tutti i possibili campi. Si è fatto la sua tv componendo un mosaico di offerte più o meno legali e immergendosi in mondi paralleli di serie ingerite a botte di stagioni finendo per sognarsi i personaggi come parenti; il suo giornale, prendendo qua e là informazioni non sempre verificate e dando luogo a quel fenomeno chiamato post-verità basato in realtà su una pre-verità, perché si insegue la versione che si voleva fin dall’inizio; il suo film, in cui è finalmente protagonista anche se a generarlo non è la sua coscienza, ma semplicemente la sua necessità di affermarsi come un’immagine tra milioni, con una frase tra miliardi che non si perderanno come lacrime nella pioggia, ma saranno reperibili attraverso un motore di ricerca che draghi l’oceano dei social. Come era possibile pretendere un capolavoro, un’opera simbolo del tempo, se gli scrittori erano impegnati su Twitter e i registi su Instagram? Del resto non lo erano anche i presidenti e i leader politici? Non lo erano perfino i calciatori, al netto delle fastidiose interruzioni chiamate partite?
È stato il decennio della realtà non come sogno, ma come sondaggio. Tutto e tutti sono stati continuamente valutati, dai ristoranti ai ministri, ma c’era così tanto da fare in questo mondo alternativo che poi non si è fatto nulla in quello reale. Per renderli comunicanti si è scelto di sovrapporli e se le nuovissime generazioni fanno un po’ di confusione tra un videogioco e un’autostrada il problema sarà loro e del decennio che avanza al quale consegniamo per la scatola del tempo con legittimo orgoglio i gol di Messi, il sacrificio di tutti i dissidenti e una frase di Joseph Brodskij che potrebbe essere stata scritta domani: «Forse è tardi per il mondo, ma resta una possibilità per l’individuo».

La Repubblica 30 dicembre 2019

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