Il massacro della ragione
Il
viaggio non finisce mai
Solo
i viaggiatori finiscono
José
Saramago
Il
delirio attraversa i tempi, li interpreta e anticipa il futuro. Irragionevole,
assurdo, inquietante, rappresenta un furore creativo. Il delirio nel dopoguerra
era identificato con l’angoscia nucleare, oggi dall’angoscia per la fine del
pianeta a causa dell’effetto climatico.
Ora,
una mostra a New York racconta il mondo di quegli incredibili anni di
cambiamento, di rottura di un sogno, di un nuovo rinascimento, di nuovi confini
per la coscienza e la libertà dell’individuo arricchito dalla dignità del
riconoscimento di nuovi diritti di emancipazione. Questa mostra — Delirious.
Art at the Limits of Reason, 1950-1980 , dal 13 settembre — costituisce
un’ininterrotta, sfrenata e deragliante indagine sulla realtà di quei
trent’anni tra guerra di Corea, Ginsberg, La vigne, Warhol e Beat Generation,
Maggio francese, diritti umani anti apartheid, emancipazione femminile. Vite
vissute sotto l’influsso di esperienze mistiche, trascendentali, deliri tossici
con droghe, alcool... e, come disse P. K. Dick alla fine di una conferenza nel
1977 a Metz, «molti sostengono di ricordare una vita passata, ma io sostengo di
ricordarne un’altra, diversissima, la vita presente... ho il sospetto di non
essere l’unico ad aver fatto questa esperienza. Ciò che è unico è la mia
disponibilità a parlarne».
L’esperienza
delirante è caratterizzata dal venir meno di quella trama di rapporti con il
mondo che rende quest’ultimo comune e comunicabile, condivisibile e visibile.
Le cose hanno un significato solo quando assumono un valore che trascende
dall’esperienza del singolo, lo rende comunicabile. Il delirio è una patologia
squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane
può essere ansioso ma mai delirante). La capacità di legare due fenomeni con
l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la
trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai
nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di
crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un
animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il
limite.
Ma
ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso
della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di
regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto
pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno
all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A
volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio
nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella
capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della
ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente
chiaro.
Il
delirio ( delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una
coscienza vigile. Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso
preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore
predelirante ( wahnstimmung ) o coscienza predelirante. Si tratta di
un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove
perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede
dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa
ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono
tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio,
di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di
trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo)
o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un altra persona o
delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale
(licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il
cuore di pietra, il fegato di cristallo ) e al delirio ipocondriaco e
nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene
esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I
deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di
potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Aldilà delle tante basi
biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile,
un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.
Nella mostra al Met viene rappresentata la frattura tra una mente
rassicurante capace di rappresentare la realtà e un pensiero forte e terribile
che crea una nuova realtà con tutte le angosce vissute nella sfida del limite e
nell’esplorazione dell’ignoto della mente. Così se il Memory Test di Howardena
Pindell non sta nelle regole dello spazio e del tempo trasformando la vita in
un insieme incomprensibile di segni; in Criminal Being Executed di Peter Saul
le angosce di colpa e di morte trasformano il nostro corpo in qualcosa che ci
trasferisce in una dimensione diversa e incomprensibile in cui l’angoscia
sembra impadronirsi del fruitore dell’opera. Così il mondo descritto da Jim
Nutt in Miss E. Knows ci sorprende, ci toglie riferimenti e ci spinge al
contatto con le nostre emozioni in modo diretto e violento senza la protezione
e la sicurezza della «memoria dichiarativa» che con la sua razionalità è capace
di renderci padroneggiabili gli angoli meno comunicabili delle nostre
esistenze. Infine in Electric Chair di Andy Warhol l’angoscia della follia è
rappresentata come un fatto già compiuto con una sedia vuota appena utilizzata
con i lacci che legano le membra appena sciolti e la corrente mortale che
sembra ancora sfavillante. Insomma una mostra che diventa un’esposizione
pubblica del delirio che ci aiuta a fare i conti con la nostra mente, con le
sue paure e i suoi sogni di ricreare la realtà con risultati angoscianti

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.