La
strage (o il massacro) degli innocenti è sempre stata un momento forte e
centrale della narrazione della vita di Gesù, anche se raccontata solamente nel
Vangelo di Matteo e se non esiste alcun serio indizio della storicità
dell’avvenimento. Il mito del bambino «divino» perseguitato fin dalla nascita,
che rischia la vita di fronte ai suoi persecutori non era, del resto, una
novità nelle narrazioni mitologico-religiose dell’antichità. È stata la
pittura, in realtà, a partire dal Medioevo, a consacrare questo racconto come
un topos ineliminabile e ricorrente nella tradizione cattolica e nell’immaginario
collettivo. A partire dal racconto che ne fa Giotto nella Cappella degli
Scrovegni nel 1304 e subito dopo Duccio di Buoninsegna (nel museo dell’Opera
del Duomo di Siena). Gli affreschi delle chiese e delle cappelle costituivano,
allora, il racconto pubblico per antonomasia delle vicende religiose che si
voleva rimanessero scolpite nella memoria dei fedeli. Nei secoli successivi la
vicenda dei bambini uccisi da Erode, nella speranza di colpire il «Dio» appena
nato di cui avevano parlato i Re Magi andando a Betlemme, continuò a
incoraggiare i più grandi pittori, da Guido Reni a Ghirlandaio, da Rubens a
Tintoretto. Per alcuni di loro dipingere la strage dei bambini significò
raccontare alcuni massacri appena compiuti: per Bruegel quelli commessi nei villaggi
fiamminghi dalle truppe del duca d’Alba, per Matteo di Giovanni quello attuato
dai turchi a Otranto nel 1480.
Una
svolta, nella raffigurazione della strage degli innocenti, la inaugurò Nicolas
Poussin attorno al 1625, focalizzando in un particolare (un soldato che uccide
un bimbo mentre la madre gli abbraccia le gambe per farlo desistere, una donna
dietro che si dispera e altre due sullo sfondo che tengono in braccio i loro
figli uccisi) l’intera narrazione, ponendo nella ferocia, nel terrore e nella
disperazione dei tre protagonisti la sintesi della violenza gratuita e
immotivata, manifestazione solo di prepotenza e arbitrio del più forte. Attorno
al quadro di Poussin verrà inaugurata a Chantilly il prossimo 11 settembre la
mostra Le massacre des Innocents. Poussin, Picasso, Bacon , che rimarrà allo
splendido Domaine de Chantilly fino al 7 gennaio 2018.
Non
si tratta, come si può capire anche dalla data di inaugurazione, di un semplice
omaggio all’innovazione artistica di Poussin e all’eredità di un quadro che
troverà anche nel Novecento artisti che vi si ispireranno, a loro volta
rivoluzionando e trasformando il modo di guardare alle stragi contemporanee.
Oggi a raccontarci i massacri di innocenti — le stragi di civili che hanno
accompagnato in misura crescente i conflitti nel corso del XX e XXI secolo —
sono soprattutto le fotografie, molte delle quali, proprio su questo soggetto,
hanno vinto premi importanti e sono diventate icone della nostra immagine della
violenza e dei conflitti sempre più insensati cui ci tocca assistere. Le foto
della serie Mothers of Patience di Fatemeh Behboudi hanno vinto nel 2015 la
menzione onorevole del World Press Photo, la foto di Paul Hansen il World Press
Photo del 2013, quasi ogni anno foto di mamme e bambini vittime di conflitti
sono state premiate, nel 1998 fu la volta della Madonna di Bentalha di Hocine
Zaourar, madre dolente di un massacro di innocenti in Algeria. Tali foto, come
il dipinto di Poussin, s’incentrano nella maggior parte dei casi su momenti
singoli, simbolo e riassunto di una tragedia più collettiva. Nell’epoca della
comunicazione di massa, del resto, la tragedia di un individuo riesce spesso a
commuovere di più della notizia di un massacro di massa anonimo e
spersonalizzato.
Queste
immagini, di cui il quadro di Poussin può essere visto come un precursore, sono
diventate sempre più frequenti e significative a mano a mano che, nel corso dei
conflitti, le stragi di civili hanno accresciuto la loro percentuale nei
confronti delle morti militari. Un discorso comunemente accettato situa ormai
al livello del 90% le uccisioni di civili, donne e bambini soprattutto, nelle
«nuove guerre» che si sono imposte nel mondo a partire dall’inizio degli anni
Novanta del secolo scorso. Studi più approfonditi hanno messo in discussione
questo assunto, ricordando, ad esempio, che se in Iraq le vittime civili sono
state quasi il 75% delle perdite complessive, in Afghanistan lo sono state solo
il 25%, lasciando il triste primato di morte ancora alle vittime militari. Le
statistiche del Peace Research Institute di Oslo, ad esempio, rammentano che le
donne costituiscono la maggioranza tra le vittime dell’immediato
post-conflitto, mentre sono ancora i maschi in armi a esserlo durante la
guerra; con una chiara divaricazione, anche in quest’ultimo caso, tra le
vittime dirette di scontri militari e quelle indirette (bombardamenti e altri
tipi di violenze) in cui a essere più colpiti sono donne e bambini.
Già
nel 1977 Susan Sontag, nella splendida raccolta di saggi Sulla fotografia ,
ricordava come la consuetudine con l’atrocità facesse apparire sempre più
normale l’orribile; ma suggeriva anche di guardare a chi fotografava l’orrore
come a un professionista, costretto a nascondere la sua empatia e a superare
l’umanità dello sguardo per meglio documentare la realtà. Pochi anni prima la
foto di Kim Phúc, la bambina nuda urlante colpita dal napalm americano in
Vietnam, era diventata simbolo e denuncia di una guerra criminale. Oggi le foto
dei bambini di Douma, in Siria, ripresi feriti e terrorizzati dopo un
bombardamento, sono meno violente, e tuttavia ugualmente terribili, nel
denunciare una strage che non trova giustificazioni, ma risulta inarrestabile.
Sono
queste immagini oggi a svolgere il ruolo che ebbe Le massacre des Innocents di
Poussin, dipinto nel 1634 al culmine della fase «svedese» della guerra dei
Trent’anni, un conflitto che costò dieci milioni di morti e coinvolse gli
abitanti dei villaggi e delle città di gran parte dell’Europa centrale.

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