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Domenica 23 Luglio, 2017
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LA LETTURA
I palinsesti di Apple e Facebook
«Siamo
l’eBay per la generazione di Snapchat». È il genere di frase che gli
imprenditori chiamano pitch : una breve presentazione di un progetto pensata
per attirare l’attenzione degli investitori. Ed è una frase che qualcuno ha
davvero pronunciato nel corso di Planet of the Apps , un reality show prodotto
da Apple visibile in esclusiva su Apple Music, l’applicazione per lo streaming
musicale della Mela. A questo punto potrebbe essere utile fermarsi per
riflettere su quest’ultima frase: Apple ha prodotto uno show televisivo, cosa
di per sé bizzarra, pensato per una sua app e non per la televisione. Può sembrare
molto strano, eppure siamo solamente all’inizio della produzione di programmi e
serie da parte di aziende tecnologiche. Benvenuti nella televisione del mondo
dei giganti tecnologici.
Il
passo logico più breve (e meno traumatico) è stato probabilmente quello di
YouTube. Il sito di streaming di proprietà di Google lo scorso anno ha creato
YouTube Red, una sua versione a pagamento (disponibile per ora solo negli Stati
Uniti e poche altre nazioni) in cui per 9,99 dollari al mese gli utenti possono
usare il sito senza pubblicità e — soprattutto — accedere ai nuovissimi YouTube
Red Originals. Ovvero, serie prodotte dall’azienda esclusivamente per i suoi
utenti «Red». In seguito a una polemica su alcune pessime battute su Hitler e
il nazismo, YouTube ha cancellato lo show di PewDiePie, lo youtuber con più
iscritti al mondo, ma nel corso dell’anno ha aggiunto altri prodotti: da quelli
di altre star della piattaforma, come Colin Furze e Swoozie, a show comici come
Do You Want to See a Dead Body? in cui l’attore Rob Huebel sarà accompagnato da
guest star in improbabili avventure. La ricetta di YouTube sembra essere
questa: partire dagli esperimenti con gli youtuber di successo per virare verso
contenuti più ambiziosi e tradizionali. Contenuti televisivi, verrebbe da dire.
Il
corto circuito però rimane. In un momento in cui i principali social network
(Facebook, Instagram, Twitter) hanno puntato sul video come nuovo medium di
riferimento, il concetto di televisione sembra espandersi fino a includere
tutto, perdendo di fatto significato. Quando si parla di video su internet,
però, due nomi risuonano tra tutti: YouTube, di cui abbiamo già detto, e
Facebook. Il social network fondato da Mark Zuckerberg ha scommesso anni fa sui
contenuti video, cambiando il suo algoritmo in modo da diffonderli di più e
creando in pochi mesi un pubblico enorme ormai abituato a vedere clip nel suo
«feed». Di conseguenza, anche molte testate giornalistiche hanno puntato (o
sono state spinte a puntare) nel settore video, sapendo di poter ricevere in
cambio un grosso ritorno di pubblico. Lo scorso maggio, però, l’alleanza tra
Facebook e alcuni nomi grossi del settore new media ha portato il discorso a un
altro livello, ponendo le basi della «Facebook Tv».
Da
un lato Facebook ha stretto un accordo con nuovi gruppi editoriali statunitensi
come Vox Media e BuzzFeed per una serie di prodotti di breve o media durata,
pubblicati su Facebook e contenenti pubblicità. Se la presenza di pubblicità di
tipo standard, un po’ alla YouTube, è una novità per Facebook, la partnership
tra il social network e le testate giornalistiche è cominciata da tempo: ad
esempio per i video trasmessi dal vivo, per i quali i giornali venivano pagati
dall’azienda; o gli Instant Articles, un tipo di pagina web che si carica più
velocemente e viene promossa dal social network.
Parallelamente
a questi accordi, Facebook vuole anche farsi televisione tout court. Secondo
quanto rivelato a fine giugno dal «Wall Street Journal», il piano prevede la
produzione e l’acquisto di episodi da trenta minuti ciascuno, con cui Facebook
vuole raggiungere il pubblico che va dai 13 ai 34 anni, con particolare
attenzione per la fascia demografica dai 17 ai 30 anni. Come succede dalle
parti di Menlo Park, quando l’azienda decide di voler puntare su qualcosa,
lascia che sia il budget a parlare. Per questo Facebook, sempre secondo il
«WSJ», è disposto a sborsare fino a tre milioni di dollari a episodio per i
suoi show principali.
Il
primo titolo è Strangers , una serie prodotta in collaborazione con Refinery29,
sito di news molto noto al pubblico millennial, e diretto dalla regista Mia
Lidofsky, anch’essa giovane e proveniente da Girls , altra serie culto per la
stessa audience. Strangers racconta la vita di Zoe Chao, 28enne che ha appena
tradito il suo storico fidanzato con un’altra ragazza e da allora entra in un
lungo viaggio sentimentale e psichedelico che la cambierà per sempre. Ecco,
questo è proprio il genere di pitch con cui si conquista un network — o un
social network — che vuole fare colpo sui cosiddetti millennial (nati tra la
metà degli anni Ottanta e il 2000).
Nel
novello bouquet d’offerte televisive di Facebook troveremo anche Loosely
Exactly Nicole , un revival di uno sfortunato programma di Mtv, e Last State
Standing , uno show degli stessi creatori di American Ninja Warrior . Temi e
atmosfere che confermano la volontà di Facebook di far colpo sul pubblico
giovane, anche grazie a Mina Lefevre, ex responsabile di contenuti originali
per Mtv Usa, sbarcata con la stessa qualifica nel social network a inizio 2017.
La
Facebook TV somiglierà alla Mtv dei vecchi tempi? Probabile, se vorrà
conquistare una certo audience con programmi innovativi e provocatori. Come
ormai sembra essere la prassi del gigante, Facebook ha seguito le orme di
Snapchat per entrare nel territorio televisivo. L’app ha da sempre un grande
successo con i più giovani e ha già stretto accordi con nomi del piccolo
schermo americano, come Jimmy Fallon, James Corden e Conan O’Brien, che
produrrà una serie animata. Nel caso degli Snapchat Show, i contenuti saranno
prodotti ripensati del tutto per i dispositivi mobile, non saranno semplici
iterazioni online di serie televisive.
In
un settore già affollato, per quanto nuovo di zecca, si è aggiunta Apple con il
citato reality, che ha provato a combinare la competizione di X Factor con la
febbre da start up. Lo show prevede una sfida tra aspiranti startupper che
devono spiegare la loro idea a un gruppo di giudici. Planet of the Apps , vale
la pena precisarlo, è stato demolito dalla critica anglosassone. La
trasmissione è indubbiamente poco credibile, con concorrenti bizzarri e una
giuria che comprende, tra gli altri, Gwyneth Paltrow e l’ex rapper Will.i.am.
Oltre a ciò, è anche stata promossa in modo bizzarro, con un’immagine
pubblicitaria circolata online in cui Andrew Kemendo, uno degli aspiranti
startupper, diceva: «Vedo raramente i miei figli. È un rischio che bisogna
correre». L’idea che una frase del genere sia stata utilizzata per promuovere
qualsiasi cosa è di per sé interessante; a rendere il tutto ancora più
tragicomico è il fatto che l’app di Kemendo non abbia ricevuto il funding ,
ovvero l’investimento in palio nello show.
Con
Planet of the Apps Apple ha inciampato al primo passo, mentre tutta la
concorrenza avanza con prodotti sempre più di qualità. Chi volesse guardare lo
show deve utilizzare Apple Music e poi scaricare un’altra app per interagire
con la serie — votando i suoi candidati preferiti, per esempio. Un meccanismo
macchinoso che svela uno dei peccati originali dello show Apple: quello di
essere una pubblicità continua di Apple. In Planet of the Apps i concorrenti
usano iPhone e producono app per — ovviamente — dispositivi Apple, mentre i
giudici votano utilizzando degli iPad. Allo spettatore non viene concessa la
possibilità di dimenticarsi di star guardando uno show prodotto da Apple.
Nel
frattempo i feed di Facebook, YouTube e Snapchat si stanno riempiendo di pezzi
di buona televisione, mentre Hulu, Amazon e Netflix hanno finora prodotto
centinaia di serie e film di altissimo rango. Non è chiaro cosa sarà la
«televisione» nel futuro, forse una serie di prodotti di ogni dimensione,
budget e provenienza, una polverizzazione di contenuti che è già in atto e ha,
per esempio, sconvolto il palinsesto dei network più tradizionali. Qualunque
cosa succeda, però, una cosa è certo: la tv del futuro non sarà come Planet of
the Apps .
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