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Domenica 23 Luglio, 2017
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LA LETTURA
Io mi chiamo Pittella Angelino e sto a San Vittore
dall’83
Il
brigadiere Pasquale Cafiero — quello di Fabrizio De André — ha iniziato a
lavorare a Poggioreale nel ’53. Verosimilmente è andato in pensione nei primi
anni Novanta. Il brigadiere Angelo Pittella, invece, è entrato a San Vittore
nell’83 e dovrà lavorare ancora per un paio d’anni. I due sono stati colleghi
soltanto per un breve intervallo, dunque. Ma anche se basta nominarlo per
ritrovarsi con la canzone Don Raffae’ inchiodata nella mente, dimentichiamo
Pasquale Cafiero e il suo «centesimo catenaccio». Il suo erede — Angelo
Pittella — è tutt’altro. Anche il grado è cambiato: non più brigadiere ma
sovrintendente, sebbene i detenuti lo chiamino ancora «briga». Certo, anche lui
varca ogni santo giorno molti cancelli del carcere per ritrovarsi circondato da
persone che hanno rubato, spacciato, truffato, ferito, violentato, ammazzato.
Ma sebbene l’anagrafe e il curriculum lo sospingano verso un’epoca in cui la
galera era solo galera, Pittella potrebbe essere considerato un simbolo vivente
del nuovo carcere. Che non sarà come quello favoleggiato in certe cronache
scandinave, ma comunque non tratta e non considera più i detenuti soltanto come
«briganti, papponi, cornuti e lacchè». Per rendersene conto basta seguirlo per
una giornata dietro le sbarre.
Dal
2002 Pittella non lavora più a San Vittore ma a Bollate, che a sua volta è
tutt’altro carcere. Il turno comincia alle 8, ma lui, per telefono, ha già
risolto la grana di un detenuto in ritardo sull’orario di rientro. «Abbiamo
verificato, non era colpa sua, c’è stato un problema con il treno, ma aveva il
cellulare spento e questo poteva costargli caro», racconta sorridendo con i
suoi piccoli occhi scuri alla Walter Matthau. Basta un minuto per capire che quella
smorfia di sorriso è un elemento costante del suo volto olivastro di calabrese.
«Benvenuti nel mio mondo», dice un po’ compiaciuto mentre si varca la prima
soglia. Una volta dentro bisogna scarpinare un bel po’ prima di ritrovarsi
oltre l’ulteriore muro che separa gli uffici e la caserma dai reparti di
detenzione. Eppure l’atmosfera non cambia molto. Lungo gli interminabili
corridoi si muovono decine di persone: qualcuno sta facendo le pulizie,
qualcuno imbianca, la maggior parte si sposta da qualche parte verso qualche
altra parte. Pittella sembra una calamita. Come appare gli vanno incontro
tutti. E tutti sembrano avere qualcosa da dirgli: «Ue’ briga, giusto te», lo
blocca un ragazzone dall’accento lombardo. Lui si mostra interessato ma lo
interrompe: «Dimmi solo che cosa ti serve». «Ho fatto la domandina per una
telefonata, me l’hanno data per venerdì, ma a me serve giovedì». Pittella
annuisce, promette senza enfasi, l’altro insiste. Sembra una discussione tra
colleghi, e invece uno è il detenuto, l’altro la guardia. Il tempo di
percorrere venti metri e gli si fa incontro un piccoletto in canottiera e
ciabatte che porta a tracolla l’occorrente per la dialisi: «Briga, eddai
trovami un frigorifero, un piacere t’ho chiesto, eccheccazzo…». Lui si dà uno schiaffetto
sulla fronte: si era dimenticato. Dice che ci proverà e si allontana. Ma lo
intercetta un altro detenuto: «Briga, facciamola subito la mia domanda, se no
poi il magistrato mi va in ferie...». «Queste sono le mie giornate — commenta
Pittella roteando gli occhietti furbi —. A volte allungo il percorso, vado
all’esterno, lungo le mura, per evitare di essere fermato continuamente. Oggi,
per esempio, c’è ’sta grana di Kilil, un marocchino che vuole che io gli trovi
un lavoro. E quello se ti si mette addosso non te lo cacci più... Ieri
minacciava di tagliarsi con una lametta».
Attenzione,
però: questo sovrintendente di 56 anni non è soltanto il Mister Wolf che
risolve problemi. Colleghi e detenuti lo chiamano anche «Pitbull», perché come
investigatore è temibile: ogni volta che decide una perquisizione o un
controllo all’esterno trova quello che sospettava di trovare. Un mese fa un
detenuto, per niente contento, gli ha spaccato un malleolo con un calcio. Oggi,
però, il Pitbull ha avuto una soffiata: pare che un cingalese che lavora alla
distribuzione dei pasti abbia creato un commercio di scatolette di tonno. A
metà mattinata sale a controllare con un giovane collega. La cella è piccola ma
piena di oggetti e di spazi inventati dal nulla. Prima salta fuori una decina
di confezioni di tonno, poi un’altra ventina, poi ancora e ancora.
Per
capire quanta strada sia stata percorsa per trasformare Cafiero in Pittella,
però, conviene ricostruire alcuni passaggi. Tanto per cominciare, ai tempi di
Don Raffae’ i penitenziari erano affidati agli agenti di custodia. Nel 1990 —
casualmente anche l’anno della canzone di De André — il corpo (che proprio
quest’anno festeggia il bicentenario) cambia nome e diventa Polizia
penitenziaria. Ecco perché il brigadiere di allora oggi si chiama
sovrintendente. Non è un abbellimento lessicale, è proprio un altro lavoro:
dalla semplice «custodia» dei detenuti si passa a un ruolo nuovo, un po’
investigatore e un po’ operatore sociale. È stato come passare dalla marcatura
a uomo a quella a zona, controllo del territorio più che sorveglianza. Certo,
il terreno era già stato seminato quattro anni prima dalla legge Gozzini, che
tra misure alternative alla detenzione e percorsi riabilitativi ha trasformato
il carcere in un luogo meno ermetico e agli agenti chiede di conoscere bene il
loro territorio e chi lo abita, come se fossero vigili di quartiere.
E
allora ecco che, mentre Pasquale Cafiero si gode la pensione — e ci piace
immaginarlo in una sonnacchiosa e assolata località a ridosso della Costiera —,
Angelo Pittella e i suoi colleghi devono giocoforza trasformarsi, cambiare
pelle, fare un salto di qualità professionale.
Nel
frattempo lungo i corridoi di Bollate la vita continua. Quasi tutti, quando
incrociano lo sguardo sconosciuto fanno un cenno di saluto, come turisti in un
Club Med. Sono detenuti, psicologi, educatori, operatori della cosiddetta «Area
trattamentale», una sorta di torre di controllo della rete di attività e
opportunità per rieducazione e reinserimento sociale. Da questo punto di vista
Bollate è molto avanti. Il terzo penitenziario milanese, oltre San Vittore e
Opera, è nato nel 2000 ed è stato forgiato sin dall’origine — dai due direttori
che si sono succeduti, Lucia Castellano e Massimo Parisi — come un laboratorio
di politiche carcerarie. Con risultati già evidenti dalle statistiche sulla
recidiva. Celle aperte, libertà di movimento da un piano all’altro e — con
qualche limitazione — anche da un reparto all’altro. E soprattutto molte
occasioni per lavorare, studiare, fare volontariato. Dentro e fuori. I
poliziotti penitenziari, dunque, devono cercare di conoscere la loro
popolazione, captare ogni segnale, margini di recupero, attitudini,
aspirazioni, debolezze e pericolosità di ciascun detenuto. E anche reprimere,
prevenire, punire, ovviamente.
Ma
per fare tutto questo bisogna farli uscire, non tenerli in gabbia. Insomma, un
mondo che i Cafiero nemmeno potevano immaginare e che avrebbero guardato con
orrore e timore e che invece è il pane quotidiano dei Pittella. «Anche se fuori
c’è una gran voglia di forca, noi dobbiamo dare una speranza a queste persone»,
dice Antonino Giacco, comandante degli agenti di Bollate con il ritratto di
Gramsci dietro la scrivania. E se parla di «speranza» il più alto in grado tra
le guardie, è perché questa cultura è diventata un ferro del mestiere di tutti,
o quasi.
Nel
frattempo l’instancabile Pittella è di nuovo nel mare aperto del corridoio. Dà
appuntamento a un giovane tunisino al primo giorno di lavoro al ristorante
«InGalera», all’interno del perimetro del penitenziario ma aperto al pubblico:
«Com’è andata? Ti girava la testa eh? Vabbe’, dai, vieni da me oggi, che ti
trasferiamo al quinto reparto». Poi spiega: «Il quinto è una sorta di
dormitorio, praticamente tutti lavorano, all’esterno o all’interno. E quando
escono per la prima volta succede che abbiano un capogiro». Il tempo di finire
la frase e spunta Kilil con lo sguardo torvo: «Briga, io mi taglio», gli sibila
in faccia senza in realtà sembrare convinto nemmeno lui. «Kilil, tu mi vuoi proprio
male, eh? Che lavoro vuoi? In banca non ti posso mandare... Dai, caccia quella
lametta». L’altro replica sdegnato come se si trovasse a un tavolo di una
negoziazione forte di chissà quale mandato. Poi Pittella gli si avvicina,
sussurra qualcosa e il detenuto, con un gesto rapido sfila qualcosa dalla bocca
e la porge al «briga», che poi la mostra soddisfatto. «Questo Kilil è un
tormento — confida — ma non è pericoloso, adesso vediamo se l’ho convinto a
lavorare alla distribuzione pasti».
Poco
dopo aggiorna i colleghi su tutte le questioni poste dai detenuti incrociati
finora. Insieme fanno il punto sulle soluzioni proposte dal sovrintendente, ma
quando si parla del «caso Kilil» tutti scuotono la testa: «Impossibile». Poi
Pittella, che non annota niente ma ricorda tutto, aggiunge: «Ah, domani usciamo
a fare un controllo, andiamo a pizzicare uno che sta facendo il furbo». Alle
sue spalle non si perde una parola Simon, un romeno di 26 anni con due bicipiti
che da soli mettono paura. Scuote la testa e sorride furbetto: «Non conviene
fare incazzare il briga. Ma lui è uno a posto, se può ti aiuta».
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