Intervista a Giovanna Marini di Luca Valtorta
C’è un posto dove è ’68 tutti i giorni. È la Scuola di musica popolare di Testaccio fondata nel 1975 da musicisti tra cui Giovanna Marini che, da allora, tiene qui due corsi: “ Estetica del canto contadino” e “Inni e canti di lotta”. « Abbiamo una folta rappresentazione di uomini questa sera, di solito invece sono di più le donne. Mettiamoci subito a cantare » . Alta, capelli bianchi, un maglione a righe, due paia di occhiali al collo con una catenella, Giovanna Marini, porta magnificamente i suoi 81 anni.
Cosa succedeva nel mondo della musica nel ’68?
« Il mio ’ 68 è iniziato nel ’ 64 siamo andati al Festival di Spoleto con lo spettacolo Bella Ciao! dove abbiamo cantato per la prima volta dopo la guerra i canti popolari di lotta che durante il fascismo erano vietati».
E a Spoleto come vi accolsero?
«Successe l’ira di dio. Le canzoni contadine se la prendevano con i padroni e così si era creata nella sala un’atmosfera di grande nervosismo. Quando Michele Straniero cantò una strofa di Gorizia che diceva “Traditori signori ufficiali”, nella sala, che era piena di allievi ufficiali perché lì c’era la scuola, scoppiò l’inferno. Spoleto era un festival di musica classica, c’erano molte signore bene tra cui una che disse: “ Non ho pagato un biglietto da mille lire per sentir cantare sul palcoscenico la mia donna di servizio”. Però c’erano anche dei partigiani. Da sopra cantavano Bandiera Rossa, buttavano giù sedie, da sotto intonavano Faccetta Nera,gridando “ W gli ufficiali!”».
Come è finita?
« Un carabiniere gentile si è avvicinato: “Quel signore ha detto di andare subito via”. Era Gianni Bosio, la persona che aveva organizzato lo spettacolo. Se ci avessero fatto una denuncia lì sul momento e fossimo stati presi, con il codice Rocco avremmo dovuto restare in carcere fino al processo perché era un reato d’opinione. Ma non era finita. Per lo spettacolo successivo i fascisti avevano comprato tutta la sala. A un certo punto sono saliti sul palco e noi ci siamo difesi. Io con la chitarra. Poi mi sono ricordata che costava 300mila lire e ho smesso, ma Giovanna Daffini che aveva una chitarra da 20mila lire gliel’ha rotta in testa».
Lei era appena tornata dall’America dove aveva suonato con Bob Dylan...
« Veramente a quei tempi, lo raccontavo anche a De Gregori, “il tuo Dylan era un gran rompicoglioni!”: lo chiamavano Zimmy e si infilava dappertutto, anche non chiamato. Al gestore del club in cui suonavamo, tutti i gruppi dicevano “ Se arriva quello con i riccetti non lo far suonare per primo, altrimenti si prende tutta la serata, mettilo dopo!”. Insomma era prepotente».
Tornando al ’ 68, lei partecipò a un’altra grande contestazione: il 26 agosto al Festival del cinema di Venezia.
«Un gruppo di registi tra cui Cesare Zavattini, Gillo Pontecorvo, Pier Paolo Pasolini decidono di occupare la Sala Volpi. Arriva la polizia. Quando il maresciallo vide Zavattini disse: “Maestro, la ammiro da sempre e approfitto dell’occasione per dirle grazie”. Poi si volta verso i soldati e dice: “ Per lui quattro”. E questi lo sollevano con tutta la poltrona e lo portano fuori: quasi un trionfo. Doveva essere un cinefilo perché li conosceva tutti e dava la valutazione: “Per questo due” e così via fino a Marco Ferreri “Questo lo caccio io!”».
Lei ha lavorato con Paolo Pietrangeli al brano simbolo del ’68, “Contessa”...
«Una sera a Rinascita in via delle Botteghe Oscure spuntò questo barbuto giovanotto con Michele Straniero che mi fa “ Questo è uno bravo”. Il giorno dopo me lo riporta a casa così gli spiego come si fa a cantare e col tempo diventa molto bravo. Quando mi fa ascoltare Contessa gli dico: “ma perché ‘prendete la falce’, prendiamo no? Che cos’è? Armiamoci e partite?”. Non feci altro per Contessa che diventò un inno. La suonammo molte volte insieme».
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