Domenica 21 Maggio, 2017 LA LETTURA
La sedia è un sostantivo che indica
un oggetto con simpatiche «assonanze» linguistico-semantiche verso una parte
del corpo che a seconda della sua consistenza muscolare assume numerosissimi
aggettivi qualificativi, per la più incredibile attenzione estetica a una parte
del corpo che credo neanche gli occhi abbiano mai avuto.
Questo
«luogo», per motivi assai importanti lontano dal naso e dalla bocca, ci rende
l’animale fisicamente più forte della terra, capace di percorrere distanze
superiori a qualsiasi altra specie in una posizione fisicamente molto efficace
per muoversi, ma di assoluta scopertura e pericolo per le parti delicate e non
danneggiabili ed asportabili del corpo — cuore, fegato, stomaco, ecc. Questi
organi, tanto per dire cose che mi interessano e su cui lavoro soprattutto a
scuola, smentiscono nell’architettura animale la legge di simmetria — ad
esclusione dei reni e dei polmoni — e sono singolarmente vincolanti per il
funzionamento vitale, che rimane invece possibile senza gli arti e, ad esempio,
i capelli.
Ora,
si aprono diversi filoni di pensiero sul sostantivo citato in apertura, a cui
associo, per esperienza questi altri: orma, impronta, simbolo, fatica,
posizione, riposo, appoggio, trono, fisico, struttura. Se volessi coniugarli
sintatticamente con un ritornello, itinerante nella mia testa, che mi piace, la
frase è: «La sedia è un’impronta del corpo, un simbolo fisico dell’uomo, ne
racconta il riposo attraverso un appoggio che non permette di addormentarsi,
tra un’orma intenzionale della nostra struttura morale e un oggetto di potere
(trono)».
La
semplice panca necessiterebbe di frasi meno complesse. Lo sgabello invece si
difenderebbe abbastanza bene.
Ora,
andare avanti a scriverne, dipende da cosa sei e cosa fai nella vita. Io ho
progettato e costruito con meravigliosa e misteriosa passione, tra le altre
cose, sedie. Quindi mi fermo e comincio: una sedia può avere da un minimo di
tre appoggi a un numero infinito, ma le cose cambiano molto. Con tre punti devo
dare loro una equidistanza distributiva precisa perché se solo ne avvicino due
il rischio di disequilibrio aumenta in modo esponenziale, allontanandosi dal
triangolo e avvicinandosi geometricamente a una linea che per sua natura ruota
sull’asse suo stesso medesimo; invece con infiniti punti (per loro natura
adimensionali), in un area di buon senso estesa circa come le nostre chiappe schiacciate
su un piano dal peso della parte superiore del corpo, basta un granello di
sabbia e tutto diventa fastidiosamente instabile. Quattro appoggi funzionano
abbastanza bene riducendo la possibilità di ribaltamento dovuta alla formazione
di assi di rotazione, mentre cinque, sei, sette, ecc. provocano il sentimento
di qualche cosa di inutile. Magari non il granello di sabbia, ma anche con
«poco o niente» l’appoggio diventa fastidioso e ci tocca muovere le
articolazioni e quant’altro come dei contrappesi per garantire al sistema di
fermarsi. Da soggetti a strumenti.
La
schiena (lo schienale) è il problema «altro». Con le gambe è più facile, una
volta appoggiato il sedere a un’altezza di circa 40 centimetri da terra,
liberarle dal loro ruolo statico di sostegno con resistenza principale a
compressione e quindi molto si risolve; ma la schiena è appunto più difficile.
A questa parte del corpo sono vincolati quegli arti che sono la macchina più
potente che abbiamo dopo la parola, ovvero le mani (posso farti male, ma
offenderti può creare danni maggiori… così come tra accarezzare o dirti che ti
amo più della mia vita, ma senza di esse con piedi e denti sarebbe stato
difficile inventare gli aquiloni).
Le
mani si muovono tridimensionalmente nello spazio creando sbilanciamenti
garantiti oltre che dalle spalle, dalla schiena e dal peso della testa (a sua
volta necessariamente libera per sovraintendere); non ci si siede per fare
qualche cosa con i piedi o con le gambe, se non provare un paio di scarpe
nuove.
Scrivere
è forse una delle più belle e importanti (mangiare, intagliare casse di
orologi, montare piccole cose, disegnare con riga e squadra, fare di conto,
cucire, eccetera) attività che ci hanno trasformati in esseri umani. Lo
schienale deve essere quindi sufficientemente generoso per fermare tutto ciò.
Una
sedia serve indifferentemente maschi e femmine adulti con altezze e relazioni
proporzionali tra le parti generosamente diverse ma deve misurarsi con un
problema: fare mangiare tutti su un tavolo con un unico livello di appoggio.
Questo (mangiare) è un verbo che ho dimenticato nell’aggiunta di parole su cui
ho formulato la frase che le coniuga tutte. Mangiare assieme attorno a un piano
«comune» è una delle attività primarie che trasforma la sopravvivenza in
cultura (senza, come oggi ci piace tanto, far diventare il cibo automaticamente
necessario a ciò). Una sedia generalmente si sposta con la forza autonoma del
soggetto a cui è indirizzato l’uso. Un bambino non sposta quella dei grandi se
non spingendola a fatica, un anziano ci deve mettere le ruote. Quelle che non
si spostano sono generalmente nei cimiteri (valore simbolico) o nelle città
(valore antifurto) — con l’incredibile esclusione dei parchi di Parigi.
In
ultimo, la forma. In questa piccola parola la risposta finale e determinante di
tutto il processo, i materiali, le dimensioni. La sedia è un progetto, attività
di pensiero su basi astratte basata sulle conoscenze della complessità del
mondo, delle ideologie, della psicologia come strumento, dei processi tecnici
di trasformazione e lavorazione, della paura e della solitudine, del piacere e
della responsabilità. Tutto il resto, nei limiti non facili che io come tutti
abbiamo, ne consegue. Ecco, in conclusione, la vera domanda come credo la
potrebbe porre il filosofo Carlo Sini (a cui devo molto, come allo storico
eclettico Luigi Zanzi): se la sedia non è un oggetto ma uno strumento per
essere, che forma deve avere?
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