Alle 8 e 10 minuti di domenica 21 maggio dell’anno 2017 della
nostra era, don Serafino Parisi, Rettore della Basilica Cattedrale dell’Arcidiocesi
di Crotone Santa Severina, impartiva la benedizione solenne a conclusione della
Santa Messa celebrata sul sagrato del Santuario di Capocolonna. Come vuole la
tradizione, il pellegrinaggio notturno era iniziato verso l’una dopo la
mezzanotte. Adesso l’attesa e per stasera quando il Quadricello della sacra
effige della Madonna Nera ma bella farà ritorno via mare sulla barca e da lì la
processione di rientro. Dall’Omelia di don Serafino si evince che è iniziato un
sempre nuovo cammino di fede, infatti, il suo celebrare e il suo vivere
trascina come non mai il popolo credente.
Tutto il popolo crotonese è in attesa della grande
processione di rientro della Sacra Effige della Madonna di Capocolonna. Tutti
con Maria per andare da Gesù. Un atteggiamento vissuto con immensa intensità
emotiva. E quella gran folla che ogni anno ripete gesti e parole, emozioni e
mozioni per chiedere alla Vergine consolazione, sostegno, conforto, per dire
grazie per il dono della fede e della vita. Poi tutto finisce e si ritorna
nell’ordinarietà del quotidiano, pur non sapendo quanta efficacia abbia prodotto nel cuore e nella vita dei
singoli. Folla o Popolo? «La folla deve diventare popolo con una chiara
struttura identitaria» Così ci ha dichiarato don Serafino Parisi, Rettore della
Basilica Cattedrale. Un fatto è certo: la realtà ha bisogno di essere letta e
interpretata per essere orientata. Il rito, nel nostro caso la grande
processione, ha ereditato dinamiche rituali, distribuendole in diversi momenti
della vita.
Vi sono, per esempio, espressioni del volto o gesti della
mano che non si limitano a esprimere emozioni spontanee ma ritualizzati in modo
tale da poter stabilire determinati tipi di comunicazione con gli altri (e a
volte con se stessi). Non è difficile scorgere in quelle espressioni e in quei
gesti, le caratteristiche della ripetizione.
Casi tipici di ritualizzazione sono costituiti dal gioco e
dallo sport. Credo sia importante tenere presente, soprattutto in riferimento
a questi due casi, che il rito non è limitabile allo spettacolo. Il rito della
partita di calcio non è riducibile allo spettacolo osservabile nello stadio o
in salotto davanti al televisore. La disposizione dei tifosi e i loro
comportamenti (prima, durante e dopo la partita) sono parti integranti del
rito. Il rito del calcio lo fa anzitutto il tifoso, il resto è solo
spettacolo, che non sarebbe neppure tale senza il rito del tifoso. Sotto il
profilo del rito, l'attore principale, per noi, non è il calciatore ma il
tifoso.
È l’osservazione quotidiana della realtà che ci induce a
chiederci come mai tutto questo? Le chiese si svuotano perché ci hanno rubato
il rito, quanto di bello e di buono avevamo. Ma il Signore ancora oggi cerca
discepoli pronti ad andare dietro di Lui fino alla croce, al martirio. Sono
stati tanti i “tifosi” che hanno seguito Gesù Cristo e poi hanno lasciato.
Un altro esempio: Un confronto
tra la televisione e il rito religioso. Gli autori indagano, in primo luogo, il
rapporto tra la fede e quella dimensione centrale della televisione che è la
pubblicità e successivamente il rapporto tra la fede e il linguaggio complesso
del mezzo televisivo. Chiediamoci: Cosa rimane del mondo della fede e dei suoi
riti di fronte al linguaggio multimediale? I moderni audiovisivi hanno saputo
muoversi un po' come quel mondo e quei riti, forse hanno anche tentato o
tentano di sostituirli, ma rimangono delle riserve, delle differenze da non
sottovalutare: la fede e il rito hanno la forma pudica e nascosta di una vita
senza schermo e di una testimonianza senza pubblicità.
«Siamo dentro una eclissi e una crisi dell’interiorità. La
cultura dell’effimero che sta dominando incontrastata su molta parte della vita
religiosa, sociale e politica, non conosce questa dimensione. Una tendenza
radicale in questa è infatti il progressivo accorciamento delle scelte
fondamentali». Così don Francesco Antonio Spadola, teologo e parroco, in uno
dei suoi scritti pubblicati dalla rivista di Scienze Teologiche “Vivarium”
edita dal Seminario Maggiore «San Pio X» di Catanzaro. «È quando manca
l’interiorità che si compie su larga scala il peccato sociale dell’avarizia,
perché la più grande avarizia è eliminare il domani dall’orizzonte. Per questa
ragione non c’è un atto più ir-religioso di questa avarizia sociale e
collettiva. Nell’eclissi del tempo c’è un’immensa, epocale, abissale carestia
di futuro. Oggi la Chiesa, le religioni e i carismi dovrebbero tornare a
investire in opere più grandi del loro tempo, seminare ed edificare oggi
affinché altri possano raccogliere domani. Esperti di tempo e di infinito,
devono occuparsi del futuro di tutti».
Si scrive interiorità e si legge relazioni
autentiche e quando queste vengono meno siamo quasi al limite del precipizio. La liturgia si
oppone alla tentazione del talk-show dove
tutto si fa chiacchiera e discussione e si propone come salvezza in atto «nel
mezzo del cammin di nostra vita». In questo frattempo la performance rituale interrompe il quotidiano e
tenta di riconnettere il tessuto sociale per
via simbolica. Nel rito avviene una comunicazione nuova, ulteriore,
simbolica appunto, dove anche i conflitti acquistano una luce nuova e
intravedono una soluzione, per quanto alternativa rispetto alle logiche del
mondo. Una soluzione rituale dove gesti e parole concorrono a produrre un senso
nuovo più profondo di ogni strategia o argomentazione umana. Cogliere questa
radicale diversità dell’azione rituale e la sua originale incidenza sulla
storia umana è estremamente importante per rinvenire proprio nell’alterità del
rito ciò di cui l’uomo, lacerato dalle separazioni e dalle ostilità, ha
bisogno. Concludendo: siamo tutti pronti a lanciare l’ultimo applauso di
giubilo, di gioia dopo aver ascoltato il grido: «Viva Maria».
FRANCO FONTANA

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.