lunedì 12 marzo 2018

REPUBBLICA - Renzi al passo d’addio Ecco le quattro partite del Pd da ricostruire

POLITICA
Oggi le dimissioni in direzione
Renzi al passo d’addio Ecco le quattro partite del Pd da ricostruire
Dalla scelta dei capigruppo al sì o no alla trattativa sul governo il reggente Martina al test d’unità. Orfini: con M5S saremmo finiti
tommaso ciriaco,

roma
È il giorno dell’autorottamazione di Matteo Renzi. Via dalla segreteria del Pd, quasi senza rumore. O almeno, così sperano alla vigilia renziani e antirenziani. Perché la vera battaglia si combatterà altrove, lontano dal salone della direzione nazionale del partito. Sull’identikit dei capigruppo, sulle Presidenze delle Camere, sul governo del Paese.
Questa “ guerra per finta” lascia come sospeso il Pd, stordito dalla batosta elettorale. Se nulla andrà storto, la direzione affiderà oggi stesso il timone del Nazareno nelle mani del traghettatore Maurizio Martina. E in fondo anche ai renziani va bene così. «Se nessuno mette Matteo sul banco degli imputati – hanno concordato nelle ultime ore Luca Lotti e Maria Elena Boschi – tutto filerà liscio. Ma se qualcuno lo attacca, allora reagiremo». Basta una scintilla, un aggettivo fuori posto, una virgola sbilenca della misteriosa lettera di dimissioni per innescare una reazione a catena. D’altra parte, il Giglio Magico appassito ribolle di passioni e voglia di riscatto. «Guai a chi molla», scrive sui social l’eurodeputato renziano Damiano Zoffoli. La geolocalizzazione del tweet? Laterina, patria della sottosegretaria eletta a Bolzano.
Si sentono anche di domenica, i big del Giglio Magico. Per anni si sono contesi da avversari ogni centimetro del partito, ma adesso Lotti e Boschi negano a tripla firma, assieme a Francesco Bonifazi, di aver organizzato un selezionatissimo summit dei renziani. In realtà diversi parlamentari erano già a Roma, preallertati per incontrarsi ieri sera. Ma alla fine si è deciso di vedersi al Nazareno, a poche ore dalla direzione. Meglio non indispettire gli esclusi, e soprattutto tenere un profilo basso. E lavorare sottotraccia alla sfida dei numeri, da cui dipende il risiko del Parlamento, del governo, del Paese.
La prima strettoia riguarda i gruppi parlamentari. Il 22 marzo si dovranno eleggere i capigruppo. Renzi vuole che siano espressione della sua linea politica, mentre gli avversari provano a metterlo in minoranza già in questa prima conta, soprattutto a Palazzo Madama. L’ago della bilancia, politicamente, sembra essere Graziano Delrio: è il primo dei renziani, ma anche il più critico nella maggioranza interna. Da lui e dai suoi uomini passano i nuovi equilibri.
Sempre tra gli scranni di Camera e Senato si consumerà la seconda sfida, quella per le Presidenze. L’accusa di Renzi è nota: « Franceschini era in contatto con i 5 Stelle per avere quella della Camera » . Per il leader di Rignano, il Pd deve tenersi alla larga dalla trattativa e da quel voto in Parlamento, lasciando che Lega e cinquestelle eleggano da soli la seconda e la terza carica dello Stato. «Hanno vinto le elezioni - sostiene Orfini - è legittimo » . Gli avversari dell’ex premier, invece, pensano che il Pd debba mettersi in gioco, senza escludere lo scenario di una Presidenza alle opposizioni.
In fondo, è la stessa linea di frattura che divide il Nazareno rispetto al rebus sul governo del Paese. « Sostenere un esecutivo guidato dai grillini sarebbe la fine del Pd – detta la linea Orfini, in sintonia con Renzi - E lo stesso vale per un esecutivo con Salvini e le destre. Facessero un governo sovranista, noi staremo all’opposizione » . Eppure, arriverà il momento del pubblico appello del Colle alla responsabilità. A quel punto, l’ala governista dem uscirà allo scoperto. E il Pd rischierà di spaccarsi. L’unica soluzione digeribile dai renziani passa da un governo di scopo, sostenuto dall’intero arco parlamentare. È il jolly suggerito ieri dal quotidiano dei vescovi Avvenire.
Sono passaggi cruciali, da cui dipende la tenuta del Partito democratico. Parallelamente, si combatterà anche la quarta battaglia interna, quella sul successore di Renzi. Il segretario uscente è disponibile a “ saltare” primarie e congresso, a patto che venga stretto un accordo blindato su un nome di compromesso, che garantisca anche il Giglio magico. Gli ambasciatori lavorano alla soluzione Delrio, ma in pista ci sono anche Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che punta a una prorogatio.
Oggi, comunque, resta il giorno del passo indietro del leader. Toccherà a Martina decidere se concedere alle minoranze il varo di un comitato di reggenza. E ad Orfini leggere la missiva delle dimissioni. « Sono poche righe burocratiche, Renzi interverrà all’assemblea del 5 aprile » . Ma c’è da scommettere che questo stato di “ guerra per finta” non durerà fino ad allora.

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