In Contro
il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Raffaello
Cortina, 2017) Massimo Recalcati indaga il fantasma del sacrificio, che induce
gli individui a sottomettersi a una legge oppressiva a cui immolare la forza
del proprio desiderio, barattando la garanzia di un risarcimento. La sua
indagine persegue due obiettivi.
Innanzitutto,
ribadisce il suo modo di intendere il lavoro psicoanalitico, come tensione da
mantenere tra il caso singolo e la classificazione – qui tra l’individuo che si
sacrifica e il sacrificio come struttura simbolica di senso. Recalcati non
crede che la sfera della rappresentazione simbolica pubblica sia una
alienazione della compattezza dell’esistenza. Il sacrificio è la
rappresentazione simbolica originaria: la restituzione agli dèi – gli originari
proprietari delle cose – attraverso i suoi rappresentanti. La critica del
sacrificio chiama quindi in causa la questione del recinto simbolico del senso,
e in modo nuovo, circa la restituzione del singolo oggetto all’universale.
Con ciò, lo
psicanalista evoca la questione di un gesto che gli è stato rimproverato, di
ricondurre i singoli nomi propri sotto categorie. Con questa analisi mostra che
si tratta proprio del contrario. Si tratta di tenere insieme il singolo e una
legge finalmente liberante; il proprio viaggio sempre eccezionale e i segni che
ci hanno scritto; l’Uno e l’Altro. Anzi, Recalcati adombra che la stessa
volontà di liberarsi da ogni legge simbolica, di rendersi detestabili alla
legge, è vittima del fantasma sacrificale al pari della volontà di rendersi
amabili alla legge facendosene schiavi (110).
In secondo
luogo, mentre descrive il modo di sacrificare il sacrificio, Recalcati prende
distanza da alcuni autori da cui proviene, da Deleuze e Foucault, per
accostarsi più decisamente a Derrida e alla sua
domanda kierkegaardiana. Lo fa nell’atto di demolire la lettura
moralistico-sacrificale della storia biblica – una delle più grossolane
interpretazioni della storia della filosofia. Nietzsche è stato davvero ridotto
a una canzone da organetto, in questa premura di fare della storia biblica un
fantoccio scemo proprio prima di combatterlo. Si può certamente ridurre il Dio
biblico a un despota orientale, e pensare, come fanno gli adolescenti, che in
quella storia si tratti del conculcamento dei propri ormoni e della
sorveglianza anti-onanistica di un Grande Prete. Ma poi allora si finisce per
fare del pastorato cristiano il modello dell’occhiuto potere disciplinare della
modernità: il contesto in cui si impara la disciplina dell’assoggettamento
senza neanche accorgersene, proprio mentre si presta fede a una storia di
liberazione.
Che cosa non
funziona, in questa storia di moralismi della colpa? Soprattutto questo: che se
fai del pastorato cristiano il nucleo della tua analisi della modernità, devi
aprire una volta la Bibbia e leggere, come fa Recalcati, la parabola del buon
pastore, con annesso figliol prodigo e padre misericordioso. Lì, oltre a pecore
scappate via dal recinto simbolico, si parla di recinti con maiali, di vitelli
e di nutrizionismo di animali da allevamento. Se poi oltre al pastorato si vuol
sapere della viticoltura, si trova ugualmente qualcosa da leggere. Mica per
essere baciapile: per scrupolo filologico. Recalcati lo fa, qui e altrove, e in
modo neanche pretesco – bisogna dargliene atto.
In questi
lacerti di pastorato, emerge la confutazione della mentalità sacrificale.
Emerge una passione per l’eccezione che interrompe la legge, e che spiega che
cosa sia la legge in modo più profondo di quanto non faccia la garanzia
dell’ordine. Emerge la figura della chiamata di un padrone della vigna che
segue una logica dell’eccedenza. Al quale non importa nulla del sacrificio degli
operai che hanno lavorato di più, e che chiedono di rispettare il
corrispettivo. Anche gli ultimi che hanno risposto alla chiamata e che hanno
lavorato un’ora soltanto, ricevono, secondo una logica del dispendio, la stessa
moneta di chi ha lavorato tutto il giorno (124-127).
La mentalità
sacrificale appartiene senz’altro alla storia religiosa del sacro
– e fin dalle origini delle società arcaiche. Le esplorazioni
di Bachofen sul Mutterrecht hanno evidenziato la centralità
del diritto sanguinario della Grande Madre Generatrice in tutte le culture
arcaiche. Si trattava di un diritto della restituzione, della compensazione,
secondo il ciclo che appartiene alla natura. Ciò che nasce merita di morire,
secondo il detto di Anassimandro commentato da Heidegger. Si tratta di una
circolarità che richiama la spietatezza dell’equivalenza del tributo di sangue,
della struttura vendicativa di una legge (nomos) che è partizione (nemein)
con cui si dà a ciascuno il suo, secondo la nemesi, la vendetta, della
morte. Occhio per occhio, dente per dente, è la ripetizione naturale che
riporta all’equilibrio. La vita stessa vive della morte. Nel suo ciclo
sacrificale sanguinario, nel grande massacro che il ciclo biologico è,
l’umanità ha cercato per millenni la propria legge.


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