martedì 20 febbraio 2018

Recalcati e il sacrificio Luca Bagetto



In Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Raffaello Cortina, 2017) Massimo Recalcati indaga il fantasma del sacrificio, che induce gli individui a sottomettersi a una legge oppressiva a cui immolare la forza del proprio desiderio, barattando la garanzia di un risarcimento. La sua indagine persegue due obiettivi.
Innanzitutto, ribadisce il suo modo di intendere il lavoro psicoanalitico, come tensione da mantenere tra il caso singolo e la classificazione – qui tra l’individuo che si sacrifica e il sacrificio come struttura simbolica di senso. Recalcati non crede che la sfera della rappresentazione simbolica pubblica sia una alienazione della compattezza dell’esistenza. Il sacrificio è la rappresentazione simbolica originaria: la restituzione agli dèi – gli originari proprietari delle cose – attraverso i suoi rappresentanti. La critica del sacrificio chiama quindi in causa la questione del recinto simbolico del senso, e in modo nuovo, circa la restituzione del singolo oggetto all’universale.

Con ciò, lo psicanalista evoca la questione di un gesto che gli è stato rimproverato, di ricondurre i singoli nomi propri sotto categorie. Con questa analisi mostra che si tratta proprio del contrario. Si tratta di tenere insieme il singolo e una legge finalmente liberante; il proprio viaggio sempre eccezionale e i segni che ci hanno scritto; l’Uno e l’Altro. Anzi, Recalcati adombra che la stessa volontà di liberarsi da ogni legge simbolica, di rendersi detestabili alla legge, è vittima del fantasma sacrificale al pari della volontà di rendersi amabili alla legge facendosene schiavi (110).

In secondo luogo, mentre descrive il modo di sacrificare il sacrificio, Recalcati prende distanza da alcuni autori da cui proviene, da Deleuze e Foucault, per accostarsi più decisamente a Derrida e alla sua domanda kierkegaardiana. Lo fa nell’atto di demolire la lettura moralistico-sacrificale della storia biblica – una delle più grossolane interpretazioni della storia della filosofia. Nietzsche è stato davvero ridotto a una canzone da organetto, in questa premura di fare della storia biblica un fantoccio scemo proprio prima di combatterlo. Si può certamente ridurre il Dio biblico a un despota orientale, e pensare, come fanno gli adolescenti, che in quella storia si tratti del conculcamento dei propri ormoni e della sorveglianza anti-onanistica di un Grande Prete. Ma poi allora si finisce per fare del pastorato cristiano il modello dell’occhiuto potere disciplinare della modernità: il contesto in cui si impara la disciplina dell’assoggettamento senza neanche accorgersene, proprio mentre si presta fede a una storia di liberazione.

Che cosa non funziona, in questa storia di moralismi della colpa? Soprattutto questo: che se fai del pastorato cristiano il nucleo della tua analisi della modernità, devi aprire una volta la Bibbia e leggere, come fa Recalcati, la parabola del buon pastore, con annesso figliol prodigo e padre misericordioso. Lì, oltre a pecore scappate via dal recinto simbolico, si parla di recinti con maiali, di vitelli e di nutrizionismo di animali da allevamento. Se poi oltre al pastorato si vuol sapere della viticoltura, si trova ugualmente qualcosa da leggere. Mica per essere baciapile: per scrupolo filologico. Recalcati lo fa, qui e altrove, e in modo neanche pretesco – bisogna dargliene atto.
In questi lacerti di pastorato, emerge la confutazione della mentalità sacrificale. Emerge una passione per l’eccezione che interrompe la legge, e che spiega che cosa sia la legge in modo più profondo di quanto non faccia la garanzia dell’ordine. Emerge la figura della chiamata di un padrone della vigna che segue una logica dell’eccedenza. Al quale non importa nulla del sacrificio degli operai che hanno lavorato di più, e che chiedono di rispettare il corrispettivo. Anche gli ultimi che hanno risposto alla chiamata e che hanno lavorato un’ora soltanto, ricevono, secondo una logica del dispendio, la stessa moneta di chi ha lavorato tutto il giorno (124-127).

La mentalità sacrificale appartiene senz’altro alla storia religiosa del sacro – e fin dalle origini delle società arcaiche. Le esplorazioni di Bachofen sul Mutterrecht hanno evidenziato la centralità del diritto sanguinario della Grande Madre Generatrice in tutte le culture arcaiche. Si trattava di un diritto della restituzione, della compensazione, secondo il ciclo che appartiene alla natura. Ciò che nasce merita di morire, secondo il detto di Anassimandro commentato da Heidegger. Si tratta di una circolarità che richiama la spietatezza dell’equivalenza del tributo di sangue, della struttura vendicativa di una legge (nomos) che è partizione (nemein) con cui si dà a ciascuno il suo, secondo la nemesi, la vendetta, della morte. Occhio per occhio, dente per dente, è la ripetizione naturale che riporta all’equilibrio. La vita stessa vive della morte. Nel suo ciclo sacrificale sanguinario, nel grande massacro che il ciclo biologico è, l’umanità ha cercato per millenni la propria legge.



Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.