«
Elogio della sete»: è questo il tema delle meditazioni che il sacerdote
José Tolentino de Mendonça, vicerettore dell’università cattolica di Lisbona e
consultore del Pontificio consiglio della cultura, presenterà a Papa Francesco
e ai membri della Curia romana durante gli esercizi spirituali in programma dal
18 al 23 febbraio ad Ariccia.
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| Il predicatore degli esercizi don Tolentino |
Nato a Machico, in Portogallo, nel 1965, il predicatore è stato ordinato
prete nel 1990. Teologo e poeta, è una delle voci più autorevoli della cultura
del suo Paese che ha ufficialmente rappresentato nel 2014 per la giornata
mondiale della poesia.
Il programma degli esercizi — che come di consueto si svolgeranno nella
Casa Divin Maestro — prevede per la domenica iniziale, alle 18, l’introduzione,
l’adorazione e la recita dei vespri. Le giornate successive si apriranno con la
concelebrazione della messa alle 7.30, seguita da una prima meditazione alle
9.30. Quindi alle 16 si terrà la seconda meditazione che precederà la recita
dei vespri e l’adorazione eucaristica. Nella giornata conclusiva, venerdì 23, è
in programma un’unica meditazione.
«Apprendisti dello stupore» è il titolo della riflessione di domenica 18
che farà da introduzione all’intero cicli di esercizi. A seguire, nei giorni
successivi, i temi meditati saranno: la scienza della sete; mi sono accorto di
essere assetato; questa sete di niente; la sete di Gesù; le lacrime raccontano
una sete; bere dalla propria sete; le forme del desiderio; ascoltare la sete
delle periferie; la beatitudine della sete.
Durante il periodo di ritiro, come di consueto, vengono sospese le udienze
private e speciali, compresa l’udienza generale del mercoledì.
Quando è mezzogiorno
· Iniziati ad
Ariccia gli esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana ·
19 febbraio 2018
Gli esercizi spirituali non sono «una
resa dei conti» o «un’autoflagellazione», ma un’opportunità di stare un po’ in
disparte con il Signore e riposarsi dalle stanchezze di «un anno di
iperattività che ci riduce a uno straccio». Ecco il senso delle meditazioni che
don José Tolentino de Mendonça ha iniziato a proporre a Papa Francesco e alla
Curia romana sul tema «Elogio della sete».
Nella casa Divin Maestro ad
Ariccia — dove anche quest’anno si svolgono gli esercizi che si concluderanno
nella mattina di venerdì 23 — il Pontefice è arrivato alle 16.45 di domenica 18
febbraio, su uno dei due pullman partiti dal Vaticano con gli oltre settanta
partecipanti al ritiro. Ad accoglierlo, con il predicatore, l’arcivescovo
Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Leonardo
Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, e la comunità
religiosa della Società di San Paolo di Ariccia.
Già nella riflessione
introduttiva, svolta subito dopo l’arrivo, il predicatore ha presentato i
contenuti essenziali delle meditazioni, facendo notare che siamo tutti
«apprendisti dello stupore». Il riferimento è stato all’incontro di Gesù al
pozzo di Giacobbe, nel quale, ha affermato, «la samaritana si ritrova a essere
sorpresa». Il Signore «rompe con la prevedibilità sonnanbula delle nostre
traiettorie, delle nostre cieche navette tra la casa e il pozzo, e ci dice:
“dammi da bere”» quando forse noi neppure abbiamo «scoperto che il nostro pozzo
può servire a questo».
Gesù, ha spiegato, sceglie di
passare per la Samaria per «raggiungere anche i dissidenti, i figli distanti,
le periferie, il mondo che è al di là delle frontiere di Israele». E «stanco
siede sul bordo di un pozzo». Così assume «l’atteggiamento di colui che
mendica», perché «non è solo l’uomo a essere mendicante di Dio, anche Dio è
mendicante dell’uomo». Per dirla con Simone Weil, «Dio attende come un
mendicante davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane; il tempo è
l’attesa di Dio che mendica il nostro amore».
Dunque, ha rilanciato il
predicatore, «possiamo capire il dialogo di Gesù con la samaritana, e con noi,
solamente se teniamo davanti agli occhi il dono senza limiti che Gesù fa di sé
sulla croce». Con una annotazione: «Al pozzo di Giacobbe, come anche al
tribunale di Pilato, il sole segna il mezzogiorno, l’ora centrale del giorno,
il punto che determina il passaggio da una parte all’altra della giornata. Il
mezzo del tempo, che segna un prima e un dopo. Il mezzo del cammino e della
vita. Non una semplice indicazione di cambiamento cronologico, bensì la
raffigurazione del passaggio che Gesù attua e inscrive in noi. Lui che ci porta
dal tempo della storia al tempo della salvezza». Per questo «anche se
l’orologio può segnare altre ore, spesso nella nostra vita è mezzogiorno:
quando nasciamo e rinasciamo, ci mettiamo in ascolto della nostra sete, ci
accostiamo alla fonte in silenzio, nell’entusiasmo del riso e nella notte di
tante lacrime, nel lavoro e nella condivisione, nei gesti e al di là dei gesti,
e ogni volta che lasciamo che Gesù ci disseti».
Dobbiamo convertirci, ha
suggerito, «a questo Dio che in Gesù viene a cercarci non con spettacolari
prove convincenti, ma nella vulnerabilità della nostra carne, con la sua
debolezza». Chiedendoci come rispondiamo a Gesù che ci domanda da bere: «Gliene
daremo? Ci daremo da bere gli uni gli altri?». Consapevoli sempre che «è il
Signore che prende l’iniziativa di venire incontro a noi, arriva prima lui al
pozzo». E, come fa con la samaritana, pur dicendo «il vero della sua vita, non
la umilia né la paralizza». Di qui l’invito a sentirsi abbracciati per toccare
con mano che «Dio sa che noi siamo qui», ha ribadito il sacerdote citando una
storia dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano tratta da Il libro
degli abbracci.
Senza «fare l’apologia di un
Alzheimer spirituale», ha detto dopo una lunga citazione di Tolstoj, don
Tolentino de Mendonça ha rilanciato il suggerimento del poeta Fernando Pessoa a
«disimparare per vedere la realtà». E ha esortato: «Disimpariamo per imparare
quella grazia che renderà possibile la vita dentro di noi; per imparare fino a
che punto Dio è la nostra radice, il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra
contemplazione e la nostra compagnia, la nostra parola, il nostro segreto, il
nostro ascolto, la nostra acqua e la nostra sete».
«La scienza della sete» è
stato il filo conduttore della seconda meditazione proposta nella mattina di
lunedì 19 a partire dall’ultima frase pronunciata da Gesù nell’Apocalisse: «Chi
ha sete, venga». Ecco che, ha affermato il predicatore, «l’invito è stato
fatto, ma Dio sa quanti ostacoli interiori ci frenano, quanti blocchi gli
frapponiamo, quante derive ci ritardano». Spesso «il nostro conversare con Dio
non va al di là di un fraintendimento, crediamo ma non completamente». Per
questo il sacerdote ha posto l’accento sulla forza della parola «desiderio» per
far presente lo stile che bisogna assumere.
La sete, ha proseguito il
predicatore, «è un dolore che si scopre a poco a poco dentro di noi».
Riferendosi anche alla pièce di Ionesco La sete e la fame, don
Tolentino de Mendonça ha delineato «la parabola della nostra sete», tra
«insoddisfazione e disaffezione per l’essenziale incapacità di discernimento».
Al «consumismo commerciale», ha detto, va aggiunto anche «il consumismo nella
vita spirituale». E può essere di aiuto, in questa linea, l’affermazione che
«l’essenziale è invisibile agli occhi» lanciata da Saint-Exupéry in quella
«sorta di mistagogia contemporanea» che è Il piccolo principe.
«Ci sono molti modi di
ingannare i bisogni che ci danno vita e di adottare un atteggiamento di
evasione spirituale senza però mai prendere coscienza che siamo in fuga» ha
affermato. Invitando a chiedersi piuttosto: «Com’è il nostro passo: teso e
frettoloso o umile e disteso?». La conversione, ha messo in guardia il
sacerdote, «non consiste in belle teorie ma in decisioni che risultino da
un’effettiva presa di coscienza dei nostri bisogni».
In conclusione, il
predicatore ha ricordato che «Gesù sa che un semplice bicchier d’acqua che
diamo o riceviamo non è banale. È un gesto che dialoga con dimensioni profonde
dell’esistenza. Portiamo in noi tante seti e la sete è un patrimonio biografico
che siamo chiamati a riconoscere e di cui essere grati».
La sete maestra dell’anima
· Don Tolentino
de Mendonça spiega il tema degli esercizi spirituali al Pontefice e alla Curia
romana ·
17 febbraio 2018
«L’acqua è insegnata dalla sete». Cita
una poesia di Emily Dickinson per spiegare che oggi è necessario ritrovare «il
coraggio di prendere la sete come maestra nei cammini dell’anima». Don José
Tolentino de Mendonça ha scelto proprio l’«elogio della sete» come tema degli
esercizi spirituali quaresimali che dal 18 al 23 febbraio predicherà al Papa e
alla Curia romana nella casa Divin Maestro ad Ariccia. In questa intervista
all’Osservatore Romano il sacerdote portoghese, vicerettore dell’università
cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio consiglio della cultura, ma
anche poeta e scrittore, racconta la sua esperienza spirituale e letteraria,
illustrando le linee di fondo delle dieci riflessioni che terrà a partire da
domenica sera.
Come ha accolto l’invito del Papa a
predicare gli esercizi?
Le sorprese di Dio ci fanno tremare, ma
al tempo stesso portano con sé un invito alla fiducia, poiché sappiamo che Dio
si rivela nella nostra debolezza. L’invito del Santo Padre mi ha portato un
senso profondo di umiltà, perché sono un semplice padre che insegna Nuovo
Testamento in una capitale quasi periferica dell’Europa qual è Lisbona,
responsabile di una piccola comunità urbana di cristiani, con una presenza nel
mondo universitario e culturale del mio paese. Ma quando gli ho detto che ero
un anonimo operaio della vigna del Signore, Papa Francesco mi ha esortato a
condividere la mia povertà, con semplicità e libertà.
Qual è la sua formazione teologica e
accademica?
Ho studiato Sacra scrittura nel
Pontificio istituto biblico, a Roma, e poi ho fatto il dottorato in teologia
biblica su un testo del vangelo di Luca, la scena dell’incontro tra Gesù e la
peccatrice in casa di Simone, il fariseo (7, 36, 50). In questi anni sto
lavorando su alcuni temi del cristianesimo delle origini, sia nella tradizione
dei Sinottici, sia nei testi di Paolo. M’interessa molto, per esempio, il tema
della mensa e del pasto. Ma anche la costruzione dell’identità cristiana
nell’universo paolino.
Lei è anche poeta e scrittore: qual è il
rapporto tra arte e fede nella sua esperienza letteraria?
Lo scrittore Marcel Proust ci ha dato
della letteratura una delle definizioni più precise. Secondo lui, la
letteratura è una lente fotografica che ingrandisce la realtà, permettendoci di
accedervi nei suoi dettagli e in profondità. Oggi si affronta sempre più la
letteratura come un interlocutore importante per il lavoro teologico o per il
percorso spirituale. La letteratura ci coinvolge nell’esperienza, ci permette
di conoscere il mondo attorno a noi e il mondo dentro di noi.
Perché ha scelto la sete come tema delle
sue riflessioni?
Una cosa che mi preoccupa molto
concretamente è che la fede non abbia solo una credibilità razionale, ma che
sia anche credibile dal punto di vista antropologico. La fede non è
un’ideologia: è un’esperienza. La sete è un tema che lo mostra bene. La sete
non è un’idea, ma rivela la vita nella sua realtà. Non è un caso che la Sacra
scrittura faccia della sete un tema ricorrente. Per esempio, più di una volta,
nei Vangeli ascoltiamo Gesù dire che ha sete. Che cosa significa questa sete? E
che cosa può significare per noi in questa stagione concreta della vita della
Chiesa? La spiritualità e la mistica cristiane hanno coltivato con saggezza la
tematica della sete, ma quest’ultima per noi può funzionare anche come un’utile
mappa per affrontare il presente.
Quali risposte si possono dare oggi alla
sete spirituale dell’uomo?
Quando accogliamo veramente le sfide
della sete, percepiamo che la cosa più importante non è propriamente appagarla,
ma interpretarla, approfondirne il significato, intensificarla, portarla più
lontano. La sete, di per sé, è un patrimonio spirituale. Come diceva la
poetessa Emily Dickinson, «l’acqua è insegnata dalla sete». Dobbiamo avere il
coraggio di prendere la sete come maestra nei cammini dell’anima.
La sete è anche una delle povertà
materiali dell’uomo. Qual è il compito dei cristiani di fronte a questa sfida?
È una questione molto importante, perché
corriamo il rischio d’intendere comodamente la sete solo in senso simbolico e
spirituale e di dimenticarci del suo senso letterale. La sete, però, non ci
chiude in noi stessi. Al contrario, ci pone dinanzi alla domanda che Dio fa
all’inizio: «Dov’è tuo fratello?». C’è una sete delle periferie che ci obbliga
a reinventare il significato di fraternità, non come un concetto, ma come una
pratica, uno stile di relazione ecclesiale.
Ma sete di Dio e sete dell’uomo spesso
non coincidono. Come si può trovare un punto di incontro?
La sete del nostro cuore ha bisogno di
essere purificata e reindirizzata. In una società del consumo, come quella
tipica del mondo occidentale, la sete è molto spesso ridotta a un gesto
consumistico. Ciò che oggi percepiamo come un problema grave delle nostre
società è che l’iper-stimolazione del desiderio sta generando un’incapacità di
desiderare. Le piccole seti che ci assorbono si trasformano in un ostacolo a
vivere la grande sete: la sete di significato, di verità, di bellezza, di
assoluto o d’infinito.
di Nicola Gori
Sete di niente
· La terza e la
quarta meditazione durante il ritiro spirituale di Ariccia ·
20 febbraio 2018
C’è un libro della Bibbia che «ci fa sorridere, e sorridere salutarmente di
noi stessi, invece di far drammi per tutto e per niente»; un libro attraverso
il quale si impara che «la sapienza sta dalla parte degli annunciatori di
speranza e non degli apocalittici predicatori di tragedie». È quello di Giona,
figura scelta da don José Tolentino de Mendonça per spiegare — la mattina di
martedì 20 febbraio, nella quarta meditazione degli esercizi spirituali tenuti
ad Ariccia per Papa Francesco e la Curia romana — una particolare situazione in
cui può trovarsi l’uomo: l’accidia.
Per restare nel tema generale degli esercizi («Elogio della sete»), si
tratta di quella situazione in cui si viene assaliti da una paralizzante «sete
di niente». Se infatti, ha spiegato il predicatore, la sete intesa nel senso
più ampio ed esistenziale «ci insegna l’arte di cercare, di imparare, di
collaborare, la passione di servire», allora «quando rinunciamo alla sete,
cominciamo a morire».
È un pericolo questo, ha avvisato, che si può non solo vivere «a livello
individuale», ma si può sperimentare anche «nelle istituzioni e pratiche
comunitarie. La Chiesa stessa può lasciarsi trascinare da questa deriva del
desiderio di niente». Tra l’altro, ha aggiunto, è un «cortocircuito» che
«colpisce molti sacerdoti» nella loro missione pastorale, davanti alle
difficoltà, agli insuccessi, a volte anche davanti alle mille cose da fare
vissute solo dal punto di vista organizzativo. In questa impasse «è fondamentale
non dimenticare che il cuore umano è fragile e vulnerabile. Quando ci sentiamo
amati come una persona unica, sostenuti da una rete di affetto e di
accompagnamento, quando sentiamo di fare un lavoro che ci interessa, coinvolge
e appassiona, allora abbiamo la certezza di esistere. Ma quando ci sentiamo
abbandonati, incompresi e con il cuore ferito da dolori che non siamo in grado
di curare, abbiamo l’impressione di non contare niente per nessuno. Rimane solo
un vuoto». Si tratta di un «buco esistenziale» che a volte viene riempito «di
angoscia o con falsi palliativi come la mondanità, l’alcol, i social network,
il consumismo o l’iperattività». In alcuni, ha spiegato don Tolentino de
Mendonça, emergono fragilità determinate da «lutti, fallimenti, incidenti», in
altri si manifestano «le ferite dell’abbandono o degli abusi di quando erano
bambini», altri ancora «vivono nella povertà economica, in bidonville o nel
quarto mondo».
Occorre capire che non si deve rispondere per forza a canoni prestabiliti:
«Ciascuno porta con sé la propria bellezza e sofferenza» e «la bellezza umana
è, in fondo, accettarsi come siamo». È solo allora «che ci scopriamo amati da
Dio e preziosi ai suoi occhi». Serve quindi una vera e propria «terapia del
desiderio». Come quella somministrata dal Signore a Giona che era proprio «un
essere senza desiderio», con la mentalità di un «funzionario», un «uomo
capriccioso che non sopporta di essere contrariato» e che era «preda di
indolenza spirituale». Anche con una buona dose di humour, il testo biblico
mostra come il Signore superi la “sordità” di Giona, che è poi la sordità di
ogni uomo quando è «riluttante al contenuto della volontà di Dio». Il Signore
lo riconduce a «una relazione esistenziale nuova, infondendo vitalità e
fiducia».
All’accidia, allora, e alla «tristezza» che la contraddistingue (come
quella del giovane ricco dell’episodio evangelico), si contrappone la «terapia
del desiderio». Desiderio che «è desiderio di vita», non «il possesso, ma
l’aspettativa». E se, come diceva Weil, «quando abbiamo una grande sete, non
riusciamo a stare un minuto di più senza bere» e si arriva a gridare forte per
ottenere l’acqua, il desiderio scuote dall’apatia, invita alla lotta. E «il
nostro cuore matura in quella capacità di arrivare al punto di soffrire per ciò
e per coloro che si amano». È questo «il cammino della sequela, nello stile di
Gesù».
In questo senso Simone Weil citava il passo dell’Apocalisse in cui la sposa
dice: «Vieni!». Un’invocazione che rivela «la necessità profonda, necessità
intima, dolorosa, che la Chiesa prova in rapporto alla venuta dello Spirito».
“Vieni!”, ha concluso don Tolentino de Mendonça, è la parola in cui «c’è la
traccia di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, la ragione del nostro grido, la
ragione della nostra speranza e, molte volte, la ragione della nostra
disperanza, del nostro fallimento, della nostra stanchezza, e la necessità di
superare tutto questo in Dio».
La «terapia del desiderio», la capacità dell’uomo di gridare al Signore
“Vieni!” per colmare la sete, può giungere se si diventa consapevoli di un
ulteriore problema: può succedere, infatti, «di essere completamente assetati e
di non accorgercene». Ed è, questo, l’aspetto affrontato dal predicatore
portoghese nella terza meditazione pronunciata nel pomeriggio di lunedì 19. Una
meditazione che è stata, essenzialmente, un forte richiamo a stare con i piedi
per terra, a non crogiolarsi in tante pseudo-certezze intellettuali, a rendersi
conto «dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi a cui troppe
volte ci adattiamo». Bisogna essere consapevoli, ha spiegato don Tolentino de
Mendonça, che «entrare in contatto con la propria sete non è un’operazione
facile, ma se non lo facciamo la vita spirituale perde aderenza alla nostra
realtà». Si diventa come un terreno talmente arido da rendersi impermeabile
perché «la pioggia ha difficoltà a penetrare fino negli strati interni».
La prima cosa, quindi, è non avere «paura di riconoscere la nostra sete e
la nostra secchezza», comprendendo in quale grado di aridità interiore siamo.
Innanzitutto occorre non «intellettualizzare troppo la fede». Succede infatti
che si è «maggiormente preoccupati della credibilità razionale dell’esperienza
di fede che della sua credibilità esistenziale, antropologica e affettiva»: succede
insomma che «ci occupiamo più della ragione che del sentimento».
Ma come «verificare lo stato della nostra sete»? La letteratura può aiutare
perché, ha spiegato il predicatore, essa ha delle caratteristiche assolutamente
funzionali a questo obbiettivo: essa propone infatti una «metafora integrale
della vita» e soprattutto sa toccare l’esistenza concreta. Può essere quindi un
valido supporto per la vita spirituale che «non è prefabbricata», ma è
«coinvolta nella radicale singolarità di ogni soggetto». Così, proprio da un
brano autobiografico della scrittrice brasiliana Clarice Lispector, in cui
l’artista spiega come si «accorse di essere assetata», don Tolentino de
Mendonça ha preso spunto per invitare tutti a un ascolto «profondo della
propria vita». Può accadere infatti che, «immersi nella nostra routine
quotidiana, «abbiamo la più grande difficoltà perfino ad ammettere di essere
assetati». Si deve invece, con pazienza, «interpretare il desiderio che è in
noi» e non confonderlo con i «bisogni», con le «necessità che si soddisfano con
il possesso di un oggetto». Il desiderio «è una ferita sempre aperta»,
un’aspirazione che ci trascende, è «desiderio di infinito». Il desiderio non è
sete di possesso, ma aspirazione a «essere amato, guardato, curato, desiderato
e riconosciuto».
Si è quindi chiesto il predicatore: in società come quelle in cui viviamo,
«organizzate attorno al consumo», i battezzati, sono «una comunità di
desideranti? I cristiani possiedono sogni?». Bisogna vincere le «tentazioni
dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità», e «abbracciare le proprie
vulnerabilità» fino ad aprirsi al desiderio. «Forse noi cristiani — ha concluso
— e in particolare noi pastori, dobbiamo valorizzare la spiritualità della
sete, più che non le strutture. Abbiamo forse bisogno di ritrovare il
desiderio, la sua itineranza e apertura, più che non le codificazioni in cui
tutto è già previsto, stabilito, garantito». Senza dimenticare che «il credente
è un mendicante di misericordia. Se ci sentiamo in questa condizione, non
preoccupiamoci: è questo il nostro posto».
Esercizi spirituali, le lacrime raccontano la nostra vita: Dio le conosce
tutte
Quarto giorno di Esercizi spirituali del Papa e della Curia ad Ariccia con
le predicazioni di don José Tolentino Mendonça: le donne dei Vangeli, la sete
di Cristo sul Calvario
SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
È un “elogio” delle lacrime la
predicazione di don José Tolentino Mendonça nel
quarto giorno di Esercizi spirituali ad Ariccia con il
Papa e la Curia romana. È attraverso le lacrime che «la nostra
biografia può essere raccontata», afferma il sacerdote portoghese: lacrime «di
gioia, di festa, di commozione luminosa; e di notte oscura, di lacerazione, di
abbandono, di pentimento e di contrizione».
In entrambi i casi, esse
rivelano una «sete di vita» e un desiderio «di relazione», indica Tolentino,
richiamando le affermazioni della psicoanalista atea
Julia Kristeva, secondo la quale quando un paziente depresso
arrivava a piangere sul divano vuol dire che stava cominciando a prendere le
distanze dalla tentazione del suicidio, perché le
lacrime non narrano il desiderio di morire ma «la nostra sete di vita».
Don José invita quindi a
pensare «alle nostre lacrime versate, e a quelle che sono restate un nodo in
gola e la cui mancanza ci è poi pesata, o ci pesa ancora». Invita, dunque, a rievocare «il dolore di quelle lacrime che non sono state
piante» perché «Dio le conosce tutte e le accoglie come una preghiera».
Dio «raccoglie tutte le lacrime
del mondo», rimarca il teologo. Nella sua meditazione – riportata da Vatican News –
lascia affiorare, poco a poco, gli esempi delle tante
donne presenti nel Vangelo. Diverse per condizione esistenziale,
economica, età, esse evangelizzano con il loro stile di servizio, con il loro
rapportarsi a Gesù, e sono unite tutte da queste lacrime che traboccano gioie e
ferite.
«Le lacrime
dicono che Dio s’incarna nelle nostre vite, nei nostri fallimenti, nei nostri
incontri», annota
Tolentino, «nei Vangeli, anche Cristo piange. Gesù si carica della nostra
condizione, si fa uno di noi, e per questo le nostre lacrime sono inglobate
nelle sue. Le porta con sé veramente. Quando piange,
raccoglie e assume solidalmente tutte le lacrime del mondo».
Allora «abbiamo fiducia»,
incoraggia il predicatore, «non nascondiamo» a Dio le nostre lacrime. Molti
grandi santi ci sono di esempio in questo: Ignazio di
Loyolache piangeva copiosamente, o Gregorio
Nazianzeno per cui le lacrime erano «un quinto battesimo». E
come affermava il filosofo Cioran, nel
giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime che danno un senso di
eternità al nostro divenire. Il dono della religione è
perciò proprio quello di insegnarci a piangere: «Le lacrime sono ciò che può
renderci santi dopo essere stati umani».
Don José Tolentino cita anche
le lacrime di Nelson Mandela, mentre era recluso in
prigione: «Si ritrovò gli occhi così rovinati che perdette la
capacità di versare le lacrime ma non la sete di giustizia».
Le lacrime inoltre, prosegue,
sono indice di una sete di «relazione», nel senso che quando si piange ci si
sforza di non far vedere all’altro che piangiamo ma la verità è che piangiamo
sempre perché l’altro veda. «È la sete dell’altro che
ci fa piangere», come quando arriva un amico e piangiamo sulla sua
spalla nella certezza di poterci abbandonare alle nostre emozioni più
intime.
Nella sua riflessione di ieri
pomeriggio padre José Tolentino ha invece trasportato il Papa e i membri della
Curia al momento del Calvario di Cristo e alla sua «sete» in quell’ora tragica
della sua vita, «segno del realismo della sua morte». Per tre volte,
l’evangelista Giovanni - ha osservato il sacerdote - riporta l’espressione
«avere sete» nel suo Vangelo: quando Gesù incontra la samaritana, nel discorso
del pane della vita, e durante la festa delle capanne dove il Messia annuncia:
«Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me».
Così anche sul Calvario Gesù
manifesta il suo desiderio di bere. Al posto dell’acqua riceve però aceto, e
Lui dopo averne preso sospira: «È compiuto», per poi chinare il capo e
riconsegnare lo Spirito. «La sete è così il sigillo del compimento della sua
opera e, allo stesso tempo, del desiderio ardente di fare dono dello Spirito,
vera acqua viva capace di dissetare radicalmente la sete del cuore umano»,
evidenzia il predicatore.
«La sete di cui Gesù parla –
prosegue - è una sete esistenziale che si placa facendo convergere la nostra
vita verso la sua». La sua sete «è rompere le catene
che ci chiudono nella colpevolezza e nell’egoismo, impedendoci di avanzare e di
crescere nella libertà interiore». La sua sete «è liberare le
energie più profonde nascoste in noi perché possiamo diventare
uomini e donne di compassione, artigiani di
pace come lui, senza fuggire la sofferenza e i conflitti del nostro mondo
spezzato, ma prendendovi il nostro posto e creando comunità e luoghi
d’amore, così da portare una speranza a questa terra».
«Aver sete è avere sete di
Lui», pertanto «siamo chiamati a vivere di una
centralità cristologica: uscire da noi stessi e cercare in Cristo
quell’acqua che spegne la nostra sete, vincendo la tentazione di
autoreferenzialità che tanto ci fa ammalare e tiranneggia». Il primo passo,
rimarca Tolentino, ripetendo l’invito già espresso nelle scorse catechesi,
è «di comprendere la sete che alberga nel cuore umano e di disporci a
servirla», rispondendo «alla sete di Dio, alla carenza di senso e di verità,
al desiderio che sussiste in ogni essere umano di
essere salvato, anche se è un desiderio occulto o sepolto sotto i detriti
esistenziali».


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