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Il Campo è affollato, e non è detto che la moltitudine produca miracoli. Campo progressista era in origine l'iniziativa di Giuliano Pisapia per raggruppare gli elettori di centrosinistra che però non si sentivano di votare per il Pd di Matteo Renzi. Un soggetto complementare, destinato ad affiancare il partito maggiore della coalizione. Oppure l'embrione di qualcosa di più grande: i più ottimisti speravano in primarie per la candidatura a premier del nuovo centrosinistra in cui si sarebbero affrontati Renzi e Pisapia. Speranze deluse in queste settimane. La coalizione, l'alleanza da stringere di fronte agli elettori prima del voto, non c'è e non ci sarà mai: con il sistema simil-tedesco ognuno va per sé, tornano i partiti e la proporzionale, con i suoi frutti avvelenati, in particolare uno. Recita il primo comandamento del codice (non scritto) di ogni campagna elettorale proporzionale: il prossimo tuo sarà il tuo nemico. Il più vicino, non il più lontano, perché è al partito che si sembra più in sintonia che vanno strappati i voti. Ed ecco che nel giro di pochi giorni Pisapia, da possibile alleato, si è trasformato per Renzi nel rivale numero uno: «Faremo la campagna elettorale chiedendo il voto utile», ha dettato il leader del Pd. Che vuol dire impedire agli avversari a sinistra di superare il cinque per cento della soglia di sbarramento del nuovo sistema, bombardare il Campo di Pisapia, nel frattempo ribattezzato Alleanza per il Cambiamento, ma in procinto di diventare Babele. Babele progressista.
È lo spirito della divisione a sinistra. Nel 1992, ultime elezioni con la legge proporzionale pura, un quarto di secolo fa, la sinistra si presentò divisa in Pds, al suo esordio alle urne dopo la scomparsa del Pci, Psi (anche se non tutti consideravano Bettino Craxi ancora a sinistra), Rifondazione comunista, la Rete di Leoluca Orlando, i Verdi, la lista Pannella, la lista Sì Referendum di Massimo Severo Giannini che si fermò allo 0,8 per cento. Venticinque anni dopo il muro del cinque per cento (chi non lo scavalca resterà fuori dal Parlamento) costringerà i frammenti a riunirsi in un'unica lista. Ma non è detto che l'unione faccia la forza, anzi.
Pisapia vorrebbe un soggetto che non sia colorato soltanto di rosso, ma con innesti visibili di altre tradizioni. Da mesi tra i principali sponsor in Parlamento dell'operazione guidata dall'ex sindaco di Milano ci sono Bruno Tabacci, ex democristiano, già assessore al Bilancio nella fase iniziale della giunta Pisapia, e Franco Monaco, ulivista e prodiano della primissima ora. I volti di un partito non di sinistra ma di centrosinistra, modello Ulivo. E infatti Romano Prodi, più nume tutelare che fondatore, ha detto di essere pronto a riporre nello zaino la tenda che ha piantato accanto al Pd per rimettersi in cammino, una metafora da viandante per dire che il suo appoggio al partito di Renzi non è più scontato. L'interessamento del Professore è un'ottima notizia per Pisapia, insieme ai distinguo di altre personalità uliviste come Enrico Letta e di Rosy Bindi. Arturo Parisi, l'inventore dell'Ulivo e delle primarie, fa sapere che continuerà a votare per il Pd ma la sua delusione per la svolta proporzionalista di Renzi è senza appello. Sulla nuova legge elettorale e sulla fretta di tornare al voto si è abbattuta l'ira di Giorgio Napolitano. Walter Veltroni, che fu il numero due di Prodi a Palazzo Chigi vent'anni fa e dieci anni fa ha fondato il Pd, ha sfoderato i toni più duri della sua vita politica per attaccare il segretario del Pd «che non ama le persone che ragionano con la loro testa» e la legge elettorale «che mi ricorda una scena di "Ecce Bombo" di Nanni Moretti: all'esame di maturità il professore chiede quanto fa due alla terza e lo studente comincia a sparare una cifra dopo l'altra». Anche lui, ormai uscito dalla politica, giura che voterà per il Pd, ma con disincanto. E soprattutto anche Veltroni accusa il segretario del Pd di non aver voluto mettere su una coalizione di centrosinistra con un ticket Renzi-Pisapia: «Eppure Giuliano ha votato Sì al referendum, si potevano fare primarie di coalizione. Ora invece si rischia l'alleanza del Pd con Berlusconi».
La simpatia delle personalità che hanno fatto la storia del centrosinistra negli ultimi vent'anni è una buona notizia per Pisapia, ma rischia di essere l'unica. Perché intorno ai confini del Campo (o campeggio democratico, con le tende piantate da Prodi) premono altri compagni di strada. Il più ingombrante è un altro ex premier di centrosinistra ma di sponda opposta rispetto a Prodi, Veltroni, Parisi. Massimo D'Alema vuole rientrare in gioco. Non esclude la candidatura in Parlamento, da cui è uscito nel 2013, si ritirò per togliere a Renzi all'epoca rottamatore un argomento di polemica formidabile («saranno le primarie tra gli iscritti e i militanti a decidere chi correrà», ripete ora). Ma l'ambizione vera è fare il regista della lista alla sinistra del Pd, molto lontana dall'idea originale di Pisapia. Da potenziali alleati di Renzi all'ostilità assoluta. «Noi vogliamo costruire il vero centrosinistra, ma per farlo dobbiamo rimuovere il principale ostacolo che ne impedisce la formazione: Renzi. Dobbiamo chiedere un voto contro Renzi», detta la linea D'Alema. Per vincere la sfida bisogna imbarcare tutta la sinistra che si è opposta in questi anni all'ex premier. I fuoriusciti dal Pd di Articolo 1-Mdp di Pier Luigi Bersani, naturalmente, ma con loro Pisapia non ha nessun problema. E poi la galassia dei comitati del No al referendum del 4 dicembre, in polemica con l'ex sindaco di Milano: «Deve dirci da che parte sta, se con Corbyn o con Blair», gli ha chiesto il presidente di Libertà e Giustizia Tomaso Montanari. I professori come Gustavo Zagrebelsky. Un pezzo di Cgil, fino ad arrivare alla Fiom di Maurizio Landini. E Sinistra italiana di Nichi Vendola e di Nicola Fratoianni, per tutta la legislatura all'opposizione. E Possibile di Pippo Civati, uscito dal Pd in collisione con Renzi... E altre forze si preparano ad entrare: saranno della partita i socialisti che si riconoscono in Bobo Craxi, che fu sottosegretario agli Esteri nel secondo governo Prodi, con D'Alema ministro. Con un unico collante: l'anti-renzismo.
Difficile per Pisapia tenere tutto insieme. «Dov'è il problema? L'Unione di Prodi andava da Turigliatto a Mastella, un partito che va da Tabacci a Fratoianni mi pare comunque un bel passo in avanti...», ironizza D'Alema. Anche perché per unire mondi così distanti serve un professionista della politica addestrato a trattative, spaccature, ricomposizioni, il bilancino delle candidature: uno come lui, insomma. E poiché anche nella nuova legge elettorale ci sarà l'obbligo per ogni forza politica di indicare il suo "capo" (un'espressione che nel 2005, all'epoca del Porcellum, fece inorridire l'allora deputato Sergio Mattarella), il candidato premier, non è scontato che per D'Alema il capo da indicare sia Pisapia. Ci sono altri nomi possibili. Il giovane bersaniano Roberto Speranza, ad esempio. Oppure dai comitati del No la rivelazione Anna Falcone, preferita a Montanari che non vuole correre per le elezioni e che D'Alema considera troppo estremista. Ma soprattutto a mettere tutti d'accordo potrebbe essere una figura istituzionale, in grado di parlare a tutte le anime della variegata Alleanza per il cambiamento.
La presidente della Camera Laura Boldrini è già impegnata con Pisapia, ma D'Alema sta pensando al seggio più alto dell'altro ramo del Parlamento, il presidente del Senato Piero Grasso. Durante la lunga campagna referendaria non si è schierato né per il sì né per il no, ma ha difeso il ruolo e le prerogative della Camera alta, anche a costo di provocare le ire di Renzi. È un ex magistrato noto per la sua moderazione e non si è mai identificato con le sigle della sinistra. E ha voglia di fare politica attiva: nelle ultime settimane il Pd ha avviato un discreto pressing per una sua candidatura alla presidenza della regione Sicilia, Grasso non ha sciolto la riserva e non lo farà finché non sarà chiara la data delle elezioni politiche nazionali e dunque la fine del suo incarico a Palazzo Madama, ma ha fatto sapere che prenderà in seria considerazione una proposta che lo onora. A meno che, nel frattempo, non venga coinvolto nella battaglia elettorale nazionale, da D'Alema e da Bersani con cui ha ottimi rapporti.
Il ricorso a figure istituzionali come Grasso e Boldrini, i presidenti delle Camere uscenti, la seconda e la terza carica dello Stato, serve a evitare un'immagine dell'Alleanza troppo schiacciata a sinistra. Ma potrebbe riaprire la questione della leadership, di chi guida l'operazione. «Pisapia corre il pericolo di essere il nuovo Prodi, nel senso negativo però, di apparire all'esterno la maschera di D'Alema, come si disse un tempo del Professore», teme un amico dell'ex sindaco di Milano. Quello che si augura Renzi. L'altro rischio è di finire stritolati in una competizione tutta interna al Pd. Dagli sconfitti delle ultime primarie, la minoranza interna del ministro della Giustizia Andrea Orlando, potrebbero arrivare altri rinforzi, come Gianni Cuperlo, sempre più in sofferenza nel Pd di Renzi. Quando si faranno le liste dei candidati gli orlandiani scopriranno di essere stati in gran parte epurati e partirà il fuggi fuggi in direzione Pisapia. C'è chi si spaventa perché la quantità dei personaggi potrebbe finire per creare l'effetto Sinistra arcobaleno, il gruppo di Fausto Bertinotti che nel 2008 mancò il quorum e rimase fuori dal Parlamento. E c'è chi invece si augura che alla fine il principale aiuto per l'impresa arrivi proprio da Renzi: «Nel 2008», dice un sindacalista della Cgil, «Veltroni parlò con tutti per fare il pieno dei voti, dal sindacato alla Confindustria, Renzi invece non parla con nessuno. Sarà la sua arroganza a far decollare Pisapia». Se l'operazione riesce, la soglia del cinque per cento è alla portata e anche di più, potrebbe cambiare segno la legislatura. Altrimenti, sarà Babele progressista.n
Pisapia vorrebbe un soggetto che non sia colorato soltanto di rosso, ma con innesti visibili di altre tradizioni. Da mesi tra i principali sponsor in Parlamento dell'operazione guidata dall'ex sindaco di Milano ci sono Bruno Tabacci, ex democristiano, già assessore al Bilancio nella fase iniziale della giunta Pisapia, e Franco Monaco, ulivista e prodiano della primissima ora. I volti di un partito non di sinistra ma di centrosinistra, modello Ulivo. E infatti Romano Prodi, più nume tutelare che fondatore, ha detto di essere pronto a riporre nello zaino la tenda che ha piantato accanto al Pd per rimettersi in cammino, una metafora da viandante per dire che il suo appoggio al partito di Renzi non è più scontato. L'interessamento del Professore è un'ottima notizia per Pisapia, insieme ai distinguo di altre personalità uliviste come Enrico Letta e di Rosy Bindi. Arturo Parisi, l'inventore dell'Ulivo e delle primarie, fa sapere che continuerà a votare per il Pd ma la sua delusione per la svolta proporzionalista di Renzi è senza appello. Sulla nuova legge elettorale e sulla fretta di tornare al voto si è abbattuta l'ira di Giorgio Napolitano. Walter Veltroni, che fu il numero due di Prodi a Palazzo Chigi vent'anni fa e dieci anni fa ha fondato il Pd, ha sfoderato i toni più duri della sua vita politica per attaccare il segretario del Pd «che non ama le persone che ragionano con la loro testa» e la legge elettorale «che mi ricorda una scena di "Ecce Bombo" di Nanni Moretti: all'esame di maturità il professore chiede quanto fa due alla terza e lo studente comincia a sparare una cifra dopo l'altra». Anche lui, ormai uscito dalla politica, giura che voterà per il Pd, ma con disincanto. E soprattutto anche Veltroni accusa il segretario del Pd di non aver voluto mettere su una coalizione di centrosinistra con un ticket Renzi-Pisapia: «Eppure Giuliano ha votato Sì al referendum, si potevano fare primarie di coalizione. Ora invece si rischia l'alleanza del Pd con Berlusconi».
La simpatia delle personalità che hanno fatto la storia del centrosinistra negli ultimi vent'anni è una buona notizia per Pisapia, ma rischia di essere l'unica. Perché intorno ai confini del Campo (o campeggio democratico, con le tende piantate da Prodi) premono altri compagni di strada. Il più ingombrante è un altro ex premier di centrosinistra ma di sponda opposta rispetto a Prodi, Veltroni, Parisi. Massimo D'Alema vuole rientrare in gioco. Non esclude la candidatura in Parlamento, da cui è uscito nel 2013, si ritirò per togliere a Renzi all'epoca rottamatore un argomento di polemica formidabile («saranno le primarie tra gli iscritti e i militanti a decidere chi correrà», ripete ora). Ma l'ambizione vera è fare il regista della lista alla sinistra del Pd, molto lontana dall'idea originale di Pisapia. Da potenziali alleati di Renzi all'ostilità assoluta. «Noi vogliamo costruire il vero centrosinistra, ma per farlo dobbiamo rimuovere il principale ostacolo che ne impedisce la formazione: Renzi. Dobbiamo chiedere un voto contro Renzi», detta la linea D'Alema. Per vincere la sfida bisogna imbarcare tutta la sinistra che si è opposta in questi anni all'ex premier. I fuoriusciti dal Pd di Articolo 1-Mdp di Pier Luigi Bersani, naturalmente, ma con loro Pisapia non ha nessun problema. E poi la galassia dei comitati del No al referendum del 4 dicembre, in polemica con l'ex sindaco di Milano: «Deve dirci da che parte sta, se con Corbyn o con Blair», gli ha chiesto il presidente di Libertà e Giustizia Tomaso Montanari. I professori come Gustavo Zagrebelsky. Un pezzo di Cgil, fino ad arrivare alla Fiom di Maurizio Landini. E Sinistra italiana di Nichi Vendola e di Nicola Fratoianni, per tutta la legislatura all'opposizione. E Possibile di Pippo Civati, uscito dal Pd in collisione con Renzi... E altre forze si preparano ad entrare: saranno della partita i socialisti che si riconoscono in Bobo Craxi, che fu sottosegretario agli Esteri nel secondo governo Prodi, con D'Alema ministro. Con un unico collante: l'anti-renzismo.
Difficile per Pisapia tenere tutto insieme. «Dov'è il problema? L'Unione di Prodi andava da Turigliatto a Mastella, un partito che va da Tabacci a Fratoianni mi pare comunque un bel passo in avanti...», ironizza D'Alema. Anche perché per unire mondi così distanti serve un professionista della politica addestrato a trattative, spaccature, ricomposizioni, il bilancino delle candidature: uno come lui, insomma. E poiché anche nella nuova legge elettorale ci sarà l'obbligo per ogni forza politica di indicare il suo "capo" (un'espressione che nel 2005, all'epoca del Porcellum, fece inorridire l'allora deputato Sergio Mattarella), il candidato premier, non è scontato che per D'Alema il capo da indicare sia Pisapia. Ci sono altri nomi possibili. Il giovane bersaniano Roberto Speranza, ad esempio. Oppure dai comitati del No la rivelazione Anna Falcone, preferita a Montanari che non vuole correre per le elezioni e che D'Alema considera troppo estremista. Ma soprattutto a mettere tutti d'accordo potrebbe essere una figura istituzionale, in grado di parlare a tutte le anime della variegata Alleanza per il cambiamento.
La presidente della Camera Laura Boldrini è già impegnata con Pisapia, ma D'Alema sta pensando al seggio più alto dell'altro ramo del Parlamento, il presidente del Senato Piero Grasso. Durante la lunga campagna referendaria non si è schierato né per il sì né per il no, ma ha difeso il ruolo e le prerogative della Camera alta, anche a costo di provocare le ire di Renzi. È un ex magistrato noto per la sua moderazione e non si è mai identificato con le sigle della sinistra. E ha voglia di fare politica attiva: nelle ultime settimane il Pd ha avviato un discreto pressing per una sua candidatura alla presidenza della regione Sicilia, Grasso non ha sciolto la riserva e non lo farà finché non sarà chiara la data delle elezioni politiche nazionali e dunque la fine del suo incarico a Palazzo Madama, ma ha fatto sapere che prenderà in seria considerazione una proposta che lo onora. A meno che, nel frattempo, non venga coinvolto nella battaglia elettorale nazionale, da D'Alema e da Bersani con cui ha ottimi rapporti.
Il ricorso a figure istituzionali come Grasso e Boldrini, i presidenti delle Camere uscenti, la seconda e la terza carica dello Stato, serve a evitare un'immagine dell'Alleanza troppo schiacciata a sinistra. Ma potrebbe riaprire la questione della leadership, di chi guida l'operazione. «Pisapia corre il pericolo di essere il nuovo Prodi, nel senso negativo però, di apparire all'esterno la maschera di D'Alema, come si disse un tempo del Professore», teme un amico dell'ex sindaco di Milano. Quello che si augura Renzi. L'altro rischio è di finire stritolati in una competizione tutta interna al Pd. Dagli sconfitti delle ultime primarie, la minoranza interna del ministro della Giustizia Andrea Orlando, potrebbero arrivare altri rinforzi, come Gianni Cuperlo, sempre più in sofferenza nel Pd di Renzi. Quando si faranno le liste dei candidati gli orlandiani scopriranno di essere stati in gran parte epurati e partirà il fuggi fuggi in direzione Pisapia. C'è chi si spaventa perché la quantità dei personaggi potrebbe finire per creare l'effetto Sinistra arcobaleno, il gruppo di Fausto Bertinotti che nel 2008 mancò il quorum e rimase fuori dal Parlamento. E c'è chi invece si augura che alla fine il principale aiuto per l'impresa arrivi proprio da Renzi: «Nel 2008», dice un sindacalista della Cgil, «Veltroni parlò con tutti per fare il pieno dei voti, dal sindacato alla Confindustria, Renzi invece non parla con nessuno. Sarà la sua arroganza a far decollare Pisapia». Se l'operazione riesce, la soglia del cinque per cento è alla portata e anche di più, potrebbe cambiare segno la legislatura. Altrimenti, sarà Babele progressista.n

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