domenica 28 maggio 2017

Isabel Allende

Quasi tutto quello che è stato pubblicato sulla complessa relazione tra madri e figlie è deprimente: figlie che invariabilmente detestano le loro madri. Rispetto a questo tema, il materiale che ho a disposizione è talmente poco avvincente che il mio psicologo si addormenta durante le sedute con me. Non riesce a credere che adori mia madre e che non la ritenga responsabile di nessuno dei miei traumi.
In alcune culture i figli hanno molto più valore delle figlie. Le ragazze si sposano ed entrano a far parte della famiglia del marito, mentre i figli si fanno carico dei genitori e portano in dote una moglie, che si mette anche lei al servizio della famiglia. La pratica dell’aborto selettivo ha eliminato milioni di bambine prima ancora che avessero una speranza di vita.
Non è il caso della mia famiglia, nella quale noi donne desideriamo avere per prima una figlia e poi non ha importanza chi verrà dopo. Nel corso di generazioni abbiamo creato una catena molto salda di anelli femminili: donne, madri, figlie, nipoti, tutte unite da un indistruttibile cordone ombelicale che resiste nel corso della vita e dopo la morte.
Non ho intenzione di risalire fino alla mia bisnonna, perché questa storia non finirebbe mai; vi parlerò invece di mia nonna, perché è stata molto importante nella mia vita anche se morì quando io ero piccola. Si chiamava Isabel Barros ed era così originale che se fosse nata in un’epoca successiva sarebbe stata internata in qualche istituto. Per fortuna sua e dei suoi discendenti, e mia in particolare, suo marito, cioè mio nonno, ammirava tutte le sue stranezze e non permise mai che fosse messa in discussione la sua salute mentale. Isabel Barros era la più piccola di dodici fratelli, la preferita di sua madre, che le permise di crescere con una libertà intellettuale di cui a quei tempi le ragazze non godevano. Stiamo parlando della fine dell’Ottocento, quando in Cile le signorine imparavano a pregare e a ricamare dalle suore e vivevano tra le mura di casa. Mia nonna si sottraeva alla severità delle suore e al confinamento all’interno del focolare domestico grazie a un’immaginazione sfrenata, a letture poco appropriate e a una costante ricerca spirituale. Non si trattava di una pratica religiosa, la messa cattolica la annoiava oltremodo, si faceva beffe dei preti e non credeva nell’inferno. Era piuttosto un misto tra Gurdjieff, l’animismo e gli esperimenti paranormali, per esempio la telepatia e la telecinesi; poteva vedere gli angeli alle prime luci dell’alba ed era in contatto con le anime dei morti. In sostanza, vedeva l’invisibile e sentiva le voci. Oggi la diagnosi sarebbe di schizofrenia, ma a quei tempi si diceva semplicemente che Isabel era una medium chiaroveggente, perché poteva prevedere terremoti — in Cile le scosse sono la normalità — e anche eventi di minore importanza, come incidenti a causa del traffico o risultati di partite di calcio. Non fu mai in grado, invece, di azzeccare il numero vincente della lotteria e alla roulette perdeva sistematicamente. Si sposò molto giovane con Agustín Llona, di ascendenza basca, un uomo forte, pragmatico, autoritario e gran lavoratore, che rimase affascinato da quella ragazza eterea, che viveva galleggiando tra la terra e cielo.
Agustín comprò a Isabel un tavolo spagnolo di legno massiccio, rotondo, tutto intagliato e con i piedi a zampa di leone per le sue sedute spiritiche. Al tavolo potevano sedere otto persone e un numero imprecisato di fantasmi. Le anime convocate dalla nonna facevano muovere il tavolo durante le sedute del giovedì: un movimento per dire sì, due movimenti se era un no. Questo tavolo ora è a casa mia. In mia presenza non si è mai mosso grazie a forze misteriose e servono un paio di uomini per spostarlo quando bisogna pulire il tappeto. L’unico modo di cui dispongo per mettermi in contatto con gli spiriti è la scrittura.
Vi sto raccontando tutto ciò perché la mia nonna magica mi faceva sedere al tavolo spagnolo del giovedì quando ancora giravo coi pannolini nella convinzione che in presenza di un essere innocente, come presumibilmente dovevo essere io allora, le anime erranti che ci circondano potevano manifestarsi liberamente. Stando a lei, la nostra concezione del tempo è semplicemente una convenzione che abbiamo inventato per semplificare. In realtà tutto accade simultaneamente, il passato e futuro sono parte di un eterno presente. Siamo attorniati dalla presenza di coloro che sono esistiti prima, di quelli che esistono ora in altri luoghi e di chi esisterà in futuro. Per darvi un’idea della personalità di mia nonna Isabel, è sufficiente riportare questo aneddoto legato alla mia nascita.
Mia madre, Panchita, si sposò con l’uomo sbagliato: mio padre. Visse con lui quattro anni ed ebbe tre figli: una fertilità sbalorditiva. Tale fertilità è un tratto di famiglia ed è ereditaria, ma io ho avuto la fortuna che venisse inventata la pillola anticoncezionale, altrimenti avrei avuto una dozzina di bambini. Mio padre era diplomatico presso l’ambasciata del Perù quando io sono nata, nel 1942. Il mondo era sconvolto dalla Seconda guerra mondiale e le comunicazioni e i viaggi molto difficili. Mia nonna e mia madre si scrivevano spesso, ma le lettere tardavano tantissimo ad arrivare o si perdevano nei labirinti delle poste. Entrambe praticavano instancabilmente la telepatia, ma funzionava altrettanto male che il telefono.
Grazie a un generale amico di famiglia, mia nonna riuscì a raggiungere Lima su un aereo militare in occasione della mia nascita. A quei tempi non esistevano metodi scientifici per determinare il sesso della creatura nel ventre materno, ma mia nonna e mia mamma non ebbero mai dubbi sul fatto che appartenevo al genere femminile e che il mio nome sarebbe stato Isabel. La nonna aveva elaborato una sua teoria — che trent’anni dopo venne confermata dalla psicologia — secondo la quale i nomi influiscono sulla personalità e a volte sul destino delle persone. È molto meglio chiamarsi Napoleone piuttosto che Giuda. La nonna voleva tramandarmi i suoi poteri paranormali e immaginò che il suo nome sarebbe stato una garanzia. Non funzionò.
Panchita partorì in una clinica molto moderna e molto cara, dove le fecero l’anestesia non appena arrivò e quindi mi mise al mondo completamente addormentata. Quando si svegliò voleva vedere la bambina, ma le fu detto che per via del regolamento non gliela potevano portare fino alle sei del pomeriggio. Mia madre pretese di vedere sua figlia e siccome alzò la voce e scoppiò a piangere, le affibbiarono un’altra iniezione e dormì per altre otto ore. Quando di notte si svegliò, rimbambita dai farmaci, la nonna, che era seduta vicino al suo letto, le disse di vestirsi senza fare rumore perché dovevano scappare da quel luogo pericoloso.
Mia madre obbedì e scivolarono con circospezione lungo il corridoio verso l’uscita della clinica. A metà strada Panchita commentò che non potevano andarsene senza la bambina. A mia nonna, che non aveva fatto mente locale su quel particolare, sembrò un rilievo ragionevole. «Aspettami qui, vado a prenderla» disse. Eludendo la vigilanza grazie al dono dell’invisibilità, si introdusse nella nursery. Le bambine avevano copertine rosa e i maschietti azzurre. Mia nonna prese la neonata della prima culla rosa, la nascose sotto il soprabito e uscì di corsa. Nel taxi che le portava a casa mia madre le domandò come aveva fatto a capire che quella era la sua bambina. «In effetti non ne sono proprio sicura, ma non ha importanza, i neonati sono tutti uguali e assomigliano tutti a Winston Churchill», rispose lei.
Questo aneddoto mi ha accompagnato nel corso dell’infanzia. Veniva raccontato spesso in famiglia come la cosa più divertente del mondo. Quanto a me, ho sempre nutrito il dubbio che la nonna avesse acciuffato la neonata sbagliata, e quindi che ero cresciuta nella famiglia che non mi toccava e che sto vivendo la vita di un’altra donna.
Avevo quasi tre anni quando mio padre andò a far baldoria su uno yacht con un gruppo di amici e non lo rivedemmo più. Semplicemente non tornò a casa, e non perché era morto o aveva perso la memoria, ma perché gli girava così. Mia madre rimase sola a Lima con me, mio fratello Pancho di un anno e mezzo e mio fratello Juan appena nato. Cosa poteva fare Panchita, a ventiquattro anni con tre bambini e senza marito? Ritornò in Cile a casa dei genitori.
Sono certa che la mia vita e il mio carattere sarebbero stati più dolci se mia nonna Isabel fosse rimasta con noi, ma morì per una leucemia fulminante portando via con sé magia e allegria. Sono cresciuta in una casa cupa. Mio nonno Agustín si trasformò in un vedovo da tragedia, si vestì di nero dalla testa ai piedi, dipinse i mobili di nero, proibì fiori, dolci, musica e feste. La casa si chiuse in un lutto che sarebbe durato otto anni.
La nonna Isabel ispirò il personaggio di Clara, chiarissima, chiaroveggente, del mio primo romanzo. Il nonno Agustín, ragionevole e severo, è Esteban Trueba, e la dimora in cui trascorsi la mia infanzia è la Casa degli Spiriti che diede il nome al libro.
Ora è venuto il momento di parlare di mia madre, Panchita. Sin da quando ero molto piccola i ruoli erano invertiti, sono sempre stata io la madre protettrice, mi chiama mamita ed è lei a essere la mia bambina. Non ho ricordi di conflitti nel nostro rapporto, ma può darsi che la memoria mi stia tradendo. Siamo molto diverse; io sono sempre stata una provocatrice e appena ebbi l’uso della ragione mi ribellai contro l’autorità: il nonno, gli zii, i preti, eccetera.
Panchita era molto sensibile e lagnosa, soffriva di terribile emicranie e aveva la fama di essere cagionevole di salute. Probabilmente stava sempre poco bene perché era il suo modo di fuggire dalla realtà. La verità è che mia madre è forte come un gladiatore, non è mai stata colpita da una malattia seria né si è mai rotta un osso e sono certa che vivrà più di un secolo. Forse ciò di cui aveva bisogno nella sua giovinezza era un antidepressivo, ma nella mia famiglia l’idea di rivolgersi a uno psicologo era inimmaginabile, come lo è tuttora. Gli psicologi sono per i matti e per gli argentini. Io sono l’eccezione, ma alle sedute ci vado di nascosto.
Nella pubertà la mia ribellione si trasformò in rabbia nei confronti degli uomini. Ovviamente non sapevo nulla del femminismo, concetto sconosciuto in Cile a quell’epoca: stiamo parlando degli anni Cinquanta. In famiglia pensarono che fossi andata fuori di testa o che fossi posseduta da un demonio. Mia madre, spaventata, accettava la logica delle mie argomentazioni contro il maschilismo, ma mi metteva in guardia dal pericolo di sfidare la società. Alcuni anni dopo, quando mi ritrovai tra le mani i libri delle femministe americane ed europee, scoprii che esistevano migliaia di donne che provavano i miei stessi sentimenti e che avevano formato un movimento e sviluppato un linguaggio articolato, intelligente e perfino umoristico per sfidare il patriarcato. Allora fui in grado di annunciare a mia madre che non ero impazzita e nemmeno posseduta da Satana: semplicemente ero femminista. Lei non aveva mai sentito quel termine e pensò si trattasse di un nuovo culto religioso di quelli che si diffondevano in Cile. Quando le spiegai il senso, mi disse sottovoce che potevo essere quel che mi pareva tanto lei mi avrebbe sempre appoggiato, ma che, per favore, non lo rivelassi ad altre persone, in particolar modo al nonno. Nessuno mi avrebbe capita. Panchita temeva che sarei stata oggetto di aggressioni e rifiuti — cosa che naturalmente si verificò — e che nessun uomo mi avrebbe voluto, ma in questo si sbagliò. Comunque non cercò di imporsi.
Panchita era una ragazza talmente carina da far fermare il traffico. A quel tempo vigeva il pregiudizio secondo cui una donna bella doveva essere un po’ scema. Probabilmente è per questo che non si è mai parlato della sua bellezza. Va detto poi che era anche creativa e molto intelligente, ma le toccò nascere in un’epoca in cui le ragazze della sua classe sociale in Cile avevano un orizzonte molto limitato. Fu educata nell’ambiente protetto della sua famiglia che la preparò per essere sposa e madre. Una volta abbandonata dal marito, gli diede riparo il nonno che preservava con zelo la reputazione di quella figlia con tre bambini senza marito, perché le malelingue erano sempre pronte a diffondere pettegolezzi. I pretendenti che assillavano Panchita erano a caccia di un’avventura facile. Nessuno faceva davvero sul serio, finché non apparve l’unico innamorato disposto a farsi carico anche dei suoi figli.
Avevo undici anni quando arrivò l’uomo che avrebbe rimpiazzato il padre che non avevo avuto. L’ho sempre chiamato Tío Ramón. Ormai è molto anziano, ha appena compiuto 101 anni, ma continua a essere il mio miglior amico e confidente. Le cose non sono sempre andate così. Per dieci anni l’ho odiato perché non volevo condividere mia madre con lui e perché era molto machista, esattamente la cosa che più mi irritava nella fase del mio incipiente femminismo.
Anche lo zio Ramón era diplomatico, come lo era stato mio padre. E ciò comportava cambiare ogni due anni Paese, lingua, amici e scuole. Ne avevo sedici quando ci sorprese la guerra civile in Libano e lo zio Ramón dovette far rientrare noi ragazzi in Cile, mentre lui se ne andava con mia madre in Turchia. Tornai alla casa del nonno a Santiago.
Fu allora che iniziò la corrispondenza con mia madre che ci ha tenuto strettamente legate per il resto della vita. Lei si trovava ad Ankara e io a Santiago, la posta era lenta come ai tempi di Michele Strogoff, il famoso corriere dello zar; era impossibile mantenere una conversazione, ma l’importante era essere in contatto. Scrivevamo tutti i giorni e spedivamo le lettere con l’incertezza di chi mette un messaggio nella bottiglia e la lancia in mare. A volte per due mesi non arrivava nessuna lettera e poi ne arrivavano venti insieme.
Io e Panchita abbiamo praticato questa frenetica corrispondenza per tutta la vita. La lettera giornaliera col tempo è diventata un’abitudine radicata come lavarsi i denti. Che cosa si può scrivere giorno dopo giorno? Quello che appunteremmo su un diario, cioè tutto quello che ci capita e ci passa per la testa, dalle ricette di cucina ai sogni erotici, di cui entrambe siamo vittime con una certa frequenza. Grazie alle lettere ci conosciamo meglio che se avessimo vissuto insieme. La comunicazione epistolare è dolce, affettuosa, divertente e di assoluta confidenza. Non c’è niente che non possiamo scriverci, persino le cose che probabilmente non ci diremmo di persona. Non abbiamo mai litigato, perché è molto difficile litigare per iscritto. Negli anni più complicati della mia adolescenza, quando di norma madre e figlie si attaccano reciprocamente come barracuda, noi eravamo separate da due oceani.
Per vari decenni io e Panchita abbiamo usato la posta ordinaria, poi il fax e ora i messaggi elettronici. Mia madre ha 96 anni, vive con lo zio Ramón nella sua casa di Santiago ed è perfettamente lucida. Continua a scrivermi ogni giorno, esattamente come faccio io. Quando mi innamorai di un americano ed emigrai in California, mi venne l’idea di collezionare le lettere. Fino ad allora non l’avevo fatto e quella corrispondenza impazzita era andata perduta nell’incertezza dei viaggi e dell’esilio. Dal 1987 lei conserva le mie lettere a Santiago e io le sue in California. A dicembre lei mi restituisce le mie e io le metto assieme alle altre, le archivio in ordine cronologico e le sistemo in contenitori di plastica. Ho più di trecento contenitori e in ognuno ci sono tra le seicento e le settecento lettere. Gran parte della vita di entrambe, compreso il particolare più insignificante, è custodita in quei contenitori. Per timore che l’usura del tempo o qualche disgrazia, come un incendio o un’inondazione, possano distruggere questo tesoro, le ho fatte digitalizzare e ora sono al sicuro per sempre nel fantastico limbo della tecnologia moderna. Queste lettere sono la cosa più preziosa che ho. Se mia madre morirà prima di me, potrò leggere una sua lettera ogni giorno finché sarò in vita.
Ora è arrivato il momento di parlarvi di Paula.
Paula nacque saggia. Delle persone come lei si dice che possiedono un’anima antica. Non credo nella reincarnazione, impossibile dal punto di vista aritmetico, ma mi piace l’idea di una persona che viene al mondo spiritualmente già formata. Da bambina Paula era molto magra e pallida, totalmente inappetente e darle da mangiare era un’impresa; l’unica cosa che le piaceva era la Coca-Cola. Lo zio Ramón la sedusse con la storia che lui era il proprietario universale della Coca-Cola e che chiunque volesse berla doveva chiedergli il permesso. Peraltro era anche proprietario dell’acqua del lago di Ginevra, era un principe ed era immensamente ricco. Paula credette a queste storie fino ai 14 anni.
Cosa posso dire di mia figlia che non sembri agiografico? È sempre stata molto più matura e ragionevole di me. Era materna e protettiva con suo padre e con suo fratello Nicolás, più piccolo di tre anni. Aveva una mente organizzata e precisa, assetata di conoscenza e dotata di ottima memoria. A 12 anni chiese come regalo di compleanno un corso di francese. Nessuno nel nostro giro parlava francese, ma a lei piacevano le canzoni di Édith Piaf. A 13 anni chiese un altro corso di francese, come pure a 14 e a 15.
Paula ereditò qualcosa della bellezza gitana di sua nonna Panchita e senz’altro ereditò la spiritualità di sua bisnonna Isabel. Passò la vita a cercare Dio dappertutto e prima di entrare in coma mi confessò che non l’aveva trovato. Non le interessò mai nulla di materiale. Si vestiva quasi sempre con blue-jeans, scarpe da tennis e una maglietta bianca di cotone. Portava i capelli lunghi e scuri legati in una coda con un fazzoletto, non usava trucchi né gioielli. Aveva bisogno di molto poco e tendeva a regalare tutto.
Studiò psicologia e decise di specializzarsi in sessuologia. In un’occasione in cui mi dovevo recare ad Amsterdam mi diede una lista di articoli di cui aveva bisogno per i suoi studi. Capitai in un negozio di un quartiere dalla dubbia reputazione in cui una signora con l’aspetto da professoressa di matematica mi vendette video pornografici con strane combinazioni tra persone e animali, trapezi e persino una sedia a rotelle, peni dalle dimensioni ottimistiche e altri ammennicoli di gomma, alcuni dei quali dai colori fluorescenti che brillavano al buio. Passai un momento di terribile imbarazzo all’aeroporto di Caracas quando mi aprirono la valigia e fui costretta a spiegare agli agenti che quegli oggetti non erano per me, ma per mia figlia. A quell’epoca Paula aveva un fidanzato siciliano che aspettava che lei imparasse a cucinare la pasta per sposarla e fare molti figli. Esattamente come avevo detto a Paula, l’amore finì perché il fidanzato non gradiva che lei si dedicasse a studiare gli orgasmi di altri uomini. Circostanza che non si verificò, perché Paula non riuscì a trovare lavoro in questo campo in Venezuela. Ben presto apparve un nuovo fidanzato, Ernesto, e Paula si dedicò al volontariato lavorando come psicologa familiare, prima nei quartieri meno raccomandabili di Caracas, e poi a Madrid, dove si stabilì con suo marito nel 1990. A quell’epoca io risiedevo in California, mi ero sposata con un americano e stavo vivendo delle situazioni complicate, lontana dai miei figli, intenta a imparare l’inglese, mentre cercavo di adattarmi a un Paese che mi risultava incomprensibile e con tre figliastri tossicodipendenti e delinquenti.
Ho scritto un libro di memorie su mia figlia. Si chiama Paula , come lei. Ho anche raccontato migliaia di volte il dramma della sua breve vita e non voglio ripeterlo qui. Ricorderò solo che Paula era affetta da un raro mutamento genetico denominato porfiria, ereditato dal ramo paterno. Ne soffrono anche Nicolás e due delle miei nipoti. Non è curabile, ma si possono prevenire i sintomi e anche se si presenta una crisi, non necessariamente è mortale. Paula si era appena sposata e si trovava a Madrid dove suo marito Ernesto lavorava. Ebbe una crisi di porfiria e fu ricoverata in ospedale il 6 dicembre 1991. In quella struttura lavorava uno specialista in porfiria, ma era via e arrivò solo tre giorni dopo, quando Paula era già in coma. In rianimazione si verificò un caso di negligenza molto grave e il risultato fu un danno cerebrale severo. L’ospedale tacque sull’accaduto per cinque mesi. A me e a Ernesto, che trascorremmo quei cinque mesi nei corridoi dell’ospedale in un’attesa infinita, dissero che Paula si sarebbe ripresa. Alla fine, quando ammisero che si trovava in stato vegetativo, decisi di riportarla a casa in California, con un volo di linea della United Airlines. Creammo una zona isolata in prima classe e Paula poté viaggiare con un’infermiera e tutto ciò di cui aveva bisogno una paziente in quelle condizioni. A Washington bisognava cambiare per San Francisco. Il senatore Ted Kennedy mi conosceva per via dei miei libri e mandò due persone del suo staff ad aspettarci in aeroporto. Paola fu portata in barella insieme all’infermiera in una sala privata dove rimase finché ci imbarcarono sull’altro aereo. A San Francisco la attendeva un’ambulanza e un’équipe medica.
Mia figlia trascorse gli ultimi mesi nella nostra casa, circondata dalla sua famiglia, suo fratello, sua madre, suo nipote Alejandro di due anni e la nipotina Andrea appena nata. Ernesto veniva a trovarla tutte le volte che il lavoro glielo permetteva. Il primo giorno a casa, una gatta randagia entrò dalla finestra e depositò un uccello morto sul suo letto, quasi una sorta di offerta. Non riuscimmo a cacciarla. Si installò presso Paula e non si separò da lei fino a quando morì, esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 1992. Sono sicura che la gatta fosse l’incarnazione dello spirito della nonna Isabel, venuta dall’Aldilà per stare con la bisnipote.
Purtroppo non vedo fantasmi, come vorrei, ma avverto sempre la presenza di mia nonna Isabel e di mia figlia Paula, come pure quella di mia madre, che è viva ma è molto lontana, laggiù in Cile.
(traduzione di Elena Maria Liverani )

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