L’incontro.
«Il volto di tutti i volti», per scoprire le radici della fede
TORINO
C’è un’immagine che racconta l’essenza dell’incontro che al Salone del libro ha coinvolto in un dialogo acuto e appassionato il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi e lo scrittore francese Alexis Jenni. L’immagine è quella del nonno di Jenni, che nel libro Il volto di tutti i volti (Qiqajon, pagine 132, euro 14) trasmette un sapere piantando alberi e persistendo a farlo una volta invecchiato: «Sembra assurdo - spiega l’autore francese - perché non vedrà quegli alberi crescere, ma è proprio questo il senso della trasmissione. Si pianta e non si vede il seguito, come accade nella fede». È nelle radici, per cui, che questa storia si dirama a partire da una domanda apparentemente banale: qual è il volto di Cristo? «Per rispondere ho pensato alla Sindone. Un’icona tenue, come se il suo volto si fosse sovrapposto a tutti gli uomini che hanno creduto in lui».
Il valore di questa testimonianza, però, non passa solo dalle immagini; attraversa i sensi e le relazioni, rivolgendosi a un tu innominato e sintetizzando da tanti volti l’unico che può dare fede e speranza: «È un grande cammino di vita interiore - dice Bianchi - che va di scoperta in scoperta, di inizio in inizio, senza una voce definitiva su quel volto. È un libro che può aiutare tutti, credenti o no, perché dà una traccia per il linguaggio, parole dove mancano».
Dall’esigenza di trovare parole per raccontare la trasmissione della fede e comprendere una parte di mondo in un passaggio di conoscenze, nasce poi Une vie simple (Albin Michel), volume scritto da Alexis Jenni e Nathalie Sarthou-Lajus, non ancora tradotto in italiano, pubblicato per riportare la vicenda di Enzo Bianchi e della Comunità di Bose: «Abbiamo avuto voglia - continua Jenni - di raccontare un luogo in cui si vive qualcosa del Vangelo in modo gioioso, profondo, libero, come avremmo potuto solo immaginare. A Bose abbiamo avuto il sentore di un rinnovamento possibile della vita cristiana». Fare i conti con il passato, con un racconto e con la memoria, significa però - parafrasando Márquez - fare i conti non con quello che si è realmente vissuto, ma con il suo ricordo, ed è su questo assunto che Bianchi, in relazione alla sua vicenda, introduce la dimensione del significato di acconsentire alla vita: «Sono consapevole che avrei potuto acconsentire in maniera diversa. Questo libro è un ventaglio aperto su alcuni aspetti della vicenda comunitaria, ma non mi sento esaurito in questa storia, ho una pienezza che altri non conoscono e non coincide con queste vite».
Vite è un plurale che apre un ventaglio di forme impreviste nella percezione del sé e del mondo circostante, ampliando i sensi tradizionali con il sapere, ovvero il modo in cui essere sensibili verso l’esterno, la scrittura letteraria, e l’amore, il percepire quindi ciò che accade: «Nell’acconsentire alla vita e alla trasmissione del sapere - prosegue Jenni -, un ascolto sensoriale mi ha permesso di ridare valore a nozioni che erano solo astratte. È l’inizio di un cammino per ridare vita alle scritture, necessario per ogni generazione ». Un cammino totemico, quello della scrittura, azione ed esercizio nel quale arrivo e partenza sono distanti, ma riempiono il percorso, illuminandolo: «Nella scrittura letteraria c’è una parte di improvvisazione che porta a dire più di quello che si sa, ed è meraviglioso perché scrivendo scopriamo qualcosa. Questo libro infatti per me è stata una serie di scoperte. C’erano cose confuse e scriverle mi ha aiutato a farle emergere». Una funzione di rivelazione, quindi, che contribuisce a comporre una riflessione, delineando da un volto un sentire collettivo.
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Al Lingotto un dialogo appassionato tra il fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, e lo scrittore francese Alexis Jenni sulla necessità di un vero cammino interiore per tracciare l’identikit di Cristo
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